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Sull’autonomia alle Regioni proposta solo al 15 febbraio

di Gianni Trovati

Arriverà solo a metà febbraio la proposta del governo ai presidenti di Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna per provare a tradurre in pratica la richiesta di «autonomia differenziata», il meccanismo che dovrebbe trasferire competenze statali alle regioni che le chiedono.

Lega e M5S distanti

Il calendario è stato indicato direttamente dal ministro dell’Interno Matteo Salvini nella conferenza stampa che ha seguito il consiglio dei ministri in cui è stato avviato un primo esame dei dossier. Un passaggio solo preliminare (come anticipato sul Sole 24 Ore di giovedì) perché il confronto nel governo è in pieno corso. Lo stesso leader del Carroccio ha spiegato che l’istruttoria tecnica è stata chiusa con «molti ministeri come gli Interni, l’Istruzione e l’Agricoltura», non a caso tutti a guida leghista. Ma non è un mistero che il percorso tecnico è decisamente più accidentato con i ministeri chiave targati M5S, dalle Infrastrutture alla Salute senza dimenticare Sviluppo economico e Lavoro dove siede l’altro vicepremier Di Maio. Nella conferenza stampa, dove le molte domande sul travagliato percorso parlamentare della manovra hanno oscurato la “celebrazione” dell’autonomia che Salvini teneva a rilanciare prima di fine anno, il premier Conte ha garantito «l’assoluto e pieno consenso» di tutto il governo a un tema «presente nel contratto». Ma fuori dalle dichiarazioni ufficiali le perplessità Cinque Stelle continuano a circondare questa bandiera della Lega primo modello. E il percorso verso i capitoli più pratici del cammino è lungo.  

Le tappe

La proposta governativa dovrà essere approvata dalle Regioni interessate, dopo di che ci sarà la firma del premier a un disegno di legge che dovrà ottenere il via libera a maggioranza assoluta delle due Camere prima di avviare il cantiere dei provvedimenti attuativi.

Le competenze da trasferire

Il tema è spinoso sia sul piano tecnico sia su quello politico. L’autonomia differenziata (articolo 116 della Costituzione) prevede la possibilità di trasferire alle Regioni la competenza diretta sulle 23 materie, dall’istruzione alla ricerca scientifica, dalla disciplina delle professioni fino all’ambiente e ai beni culturali, che la riforma del Titolo V del 2001 ha affidato alla «legislazione concorrente» fra Stato e territori. Lombardia e Veneto, che ormai 14 mesi fa hanno rilanciato il percorso tramite referendum, hanno chiesto tutte le 23 materie. L’Emilia Romagna, che ha seguito la strada più “tradizionale” del voto in consiglio regionale, ne chiede 15.

Questioni di soldi

In teoria, la partita può valere circa 21,5 dei 71,5 miliardi che lo Stato ogni anno spende nelle tre regioni per garantire le sue funzioni. Ma per ora le stime sulle cifre sono premature e ballerine, e soprattutto vanno spiegate. Almeno nella prima fase, come ha chiarito ieri anche il ministro degli Affari regionali Erika Stefani (ovviamente della Lega), il trasferimento di competenze avverrebbe in base al «costo storico». Tradotto, significa che se lo Stato spende 5,6 miliardi per l’istruzione in Lombardia e la Regione chiede l’intero pacchetto, occorre trovare il modo di garantire (tramite compartecipazioni di tributi e trasferimenti) quella somma. Se la Regione riesce a spendere meno, può usare i “risparmi” per altri servizi, e magari abbassare qualche tributo regionale, mentre se spende di più non può ottenere naturalmente ottenere finanziamenti garantiti aggiuntivi. La geografia delle risorse, però, non si sposta rispetto ai confini disegnati oggi dai rapporti annuali della Ragioneria generale sulla spesa statale regionalizzata.

Nord e Sud

Le cose cambierebbero in un secondo momento, dopo il rodaggio quinquennale. A quel punto dovrebbero entrare in vigore i «costi standard», insieme ai «livelli essenziali delle prestazioni» (Lep) chiesti a gran voce dai Cinque Stelle. L’incrocio dei due parametri dovrebbe indicare il livello giusto dei servizi da garantire (il rapporto numerico fra studenti e insegnanti, per esempio) e del loro costo da finanziare. A quel punto, i territori dove il rapporto qualità/prezzo dei servizi pubblici è peggiore, come accade per molti settori al Sud, rischierebbero di perdere risorse. Ma per ora questa prospettiva, chiamata ad attuare davvero i contenuti della legge sul federalismo fiscale approvata nel 2009, appare decisamente troppo lontana per la complicata fase attuale.


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