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Autonomie, si riparte dal modello emiliano

di Gianni Trovati

Le complicate trattative fra Cinque Stelle e Pd provano a riavviare anche il romanzo infinito dell’autonomia differenziata. Con una trama differente, decisamente più leggera sul piano dei fondi ipotetici da regionalizzare, e con una diversa geografia, che guarda a Bologna più che a Milano e Venezia. Perché un terreno possibile d’intesa va ricercato sulla via emiliana all’autonomia (Sole 24 Ore di ieri), che sul piano pratico solleverebbe problemi assai meno complicati rispetto a quelli prodotti dalle proposte Lombardo-venete.

Non è solo il numero di materie, 15 contro le 20 chieste dalla Lombardia e le 23 delle ambizioni venete, a misurare le distanze sull’autonomia fra Bologna e l’asse leghista che corre tra Milano e Venezia. Ad essere diversa è l'impostazione di fondo, che in Emilia Romagna guarda soprattutto ai poteri di programmazione e strategia senza puntare troppo sul trasferimento di strutture e personale. E quindi di fondi.

Per capirlo basta guardare alla scuola, che ha incendiato le trattative gialloverdi fino a portare l’autonomia differenziata su un binario morto anticipatore della caduta del governo Conte. L’Emilia Romagna non ha mai chiesto di regionalizzare i ruoli degli insegnanti e questo, oltre a evitare lo scontro frontale con i sindacati, toglie dal tavolo anche la questione più spinosa sul piano finanziario, perché l’istruzione assorbe da sola circa due terzi della spesa oggi sostenuta dallo stato per le funzioni trasferibili alle regioni. In quattro articoli su cui si era già raggiunta un’intesa di massima con il governo, la Regione ha chiesto competenze per potenziare i percorsi professionali, gli istituti tecnici superiori (Its) e rafforzare i legami fra l’organizzazione scolastica e le imprese del territorio. Nulla di particolarmente rivoluzionario, e nemmeno di troppo indigesto al ministero dell’Economia dove hanno storto il naso solo all’idea di creare un fondo pluriennale per l’edilizia scolastica (stesso problema in territorio universitario su residenze e diritto allo studio).

Un’impostazione simile torna sugli altri temi, dal governo del territorio ai beni culturali. Ma come sempre quando si parla di autonomia, non c’è nulla di facile né scontato. Su gestione dei rifiuti e autorizzazioni ambientali, anche Bologna è inciampata nei “no” ministeriali come accaduto a Lombardia e Veneto. E anche la richiesta di regionalizzare definitivamente le quote attuali di fondi nazionali come quello sul trasporto pubblico locale o lo spettacolo ha sollevato le obiezioni del ministero dell’Economia perché congelerebbe quote del bilancio pubblico sottraendo spazi di manovra. Problemi non insormontabili, ma resta da capire se al governo ci sarà lo spazio per far incassare al governatore Pd Bonaccini questo dividendo in vista delle amministrative del prossimo autunno.


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