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Regioni speciali, scelta da aggiornare

di Paolo Armaroli

Agli inizi del 2001, quando la XIII legislatura era agli sgoccioli, il centrosinistra approva in solitudine la riforma del titolo V della seconda parte della Costituzione che rovescia come un guanto i rapporti tra Stato e regioni. Rimpicciolisce le funzioni dell’uno e gonfia quelle delle altre. Una riforma sciagurata. Un po' perché il centrosinistra viene meno all’intesa con il centrodestra, non pregiudizialmente contrario alla modifica a condizione che fosse approvato anche il presidenzialismo. Suo storico cavallo di battaglia. Allo scopo di compensare la forza centrifuga con quella centripeta. E un po' perché - come hanno riconosciuto obtorto collo Tonino Soda e Vincenzo Cerulli Irelli, due giuristi di valore massimi artefici della riforma - la Corte costituzionale è stata costretta a metterci una pezza un’infinità di volte. L’astuzia era quella di conquistare così i voti della Lega e vincere le elezioni. Ma accadde l’esatto contrario. E il centrodestra a guida forzista dilagò.

Questa riforma costituzionale è stata confermata per via referendaria, mentre quelle ad ampio raggio di Berlusconi e di Renzi sono state bocciate. Né l’una né l’altra per il vero potevano considerarsi l’ottava meraviglia del mondo. Ma a volte il popolo assolve Barabba e condanna Gesù. A riprova che non sempre la voce del popolo è la voce di Dio. Fatto sta che il nuovo articolo 116 della Costituzione per un verso conferma le cinque regioni a statuto speciale e per un altro prevede che ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia possano essere attribuite ad altre regioni. A tal fine occorre una legge dello Stato, su iniziativa della regione interessata, sentiti gli enti locali, nel rispetto dei princìpi stabiliti dall’articolo 119. La legge è approvata dalle Camere a maggioranza assoluta dei componenti, sulla base di intesa tra lo Stato e la regione interessata.

Com’è noto, tre regioni si sono già fatte avanti. E precisamente il Veneto, dove si è svolto anche un referendum, la Lombardia e l’Emilia-Romagna. Le cose stanno andando per le lunghe perché l’intesa è più problematica del previsto e c’è disparità di opinioni sui poteri del Parlamento al riguardo. Dovrà attenersi all’intesa o potrà emendarla? Tot capita, tot sententiae. Mentre il dibattito è in corso, e il centrosinistra che ha dato vita alla riforma nel 2001 ora rema contro, c’è chi - è il caso di un giurista autorevole come Sabino Cassese - si domanda se le cinque regioni a statuto speciale, confermate dall’articolo 116, abbiano ancora ragion d’essere. La risposta è no per due ordini di considerazioni. Primo, perché sono venuti meno i motivi di una volta. Secondo, perché con regioni a più velocità, come quelle contemplate dalla riforma, le regioni ad autonomia speciale non hanno più alcun senso.

I padri fondatori della Costituzione furono lungimiranti. Nell’immediato dopoguerra la Sicilia avrebbe voluto fare da sé. La Sardegna stava diventando sempre più isola. La Valle d’Aosta mancò poco che fosse invasa dai francesi per ritorsione alla pugnalata alla schiena inferta dall’Italia fascista il 10 giugno del ’40. Il Trentino-Alto Adige doveva vedersela con i cittadini di lingua tedesca, sempre più esigenti. Il Friuli Venezia Giulia era in bilico e la nostra Trieste non si sapeva che fine avrebbe fatto. Ma oggi pericoli di secessione non se ne vedono. La Valle d’Aosta non è ambita dalla Francia. Nessun cittadino di lingua tedesca vorrebbe attraversare il confine come fecero gli optanti nell’anteguerra. E Trieste ci è più cara che mai con la sua bella piazza dedicata all’Unità d’Italia. Ma se così stanno le cose, Cassese fa bene a porsi l’interrogativo.


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