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Nell’emergenza non c’è tempo per la burocrazia

di Francesco Verbaro

Nelle prossime settimane, le amministrazioni pubbliche italiane dovranno gestire una massa enorme di risorse finanziarie in debito, nazionali ed europee, e pertanto sarà essenziale la capacità di spendere bene. Siano risorse del Mes, del programma Sure, del Recovery fund o eurobond, comunque non possiamo permetterci di sprecarle e di perdere tempo.

Ci stiamo accorgendo ancora una volta che, anche di fronte all’emergenza e all’esigenza di intervenire con tempestività ed efficacia, la Pa non riesce a individuare modalità nuove che consentano di conciliare il controllo sulla legittimità della spesa con l’efficacia della stessa. Vi è un approccio da parte del legislatore volto a procedere in maniera tradizionale con l’istanza, l’istruttoria, il controllo formale secondo una visione classica, taylorista potremmo dire, anche di fronte alle emergenze. Basterebbe interconnettere e consultare le grandi banche dati del Paese, come avviene altrove. La “burocrazia” può essere buona quando certifica l’idoneità degli alimenti o la qualità dell’aria e delle acque, perché dà un valore aggiunto in termini di sicurezza, ma spesso si rivela “cattiva” quando introduce numerosi controlli formali e procedure, che non producono una verifica sostanziale di qualità, ma solo un allungamento inutile dei tempi o un onere in capo ai cittadini.

L’Italia produce più burocrazia che buona amministrazione. L’attitudine che abbiamo sviluppato è quella alla conservazione, al timore formale, all’astensione, all’avversione verso la discrezionalità e l’innovazione. Davanti a una scelta da compiere ci si lamenta del legislatore distratto e non si vede invece uno spazio per la flessibilità. Da qui ulteriori norme, pareri, la ricerca dei precedenti, lo spostamento verso l’alto o la posticipazione della decisione. Quella che chiamiamo “ l’amministrazione difensiva”.

Vi è un problema culturale di fondo. Il tempo è una variabile indipendente per la Pa, ma non per l’economia e ancor meno nell’emergenza. Manca la consapevolezza di questo. Con l’art. 103 del Dl 18/2020 in piena emergenza, invece di assicurare tempi più brevi abbiamo consentito di allungare i termini relativi allo svolgimento dei procedimenti amministrativi. Sarebbe utile a regime che si indicassero sempre i tempi di erogazione delle prestazioni o attestazioni. Ma forse dovremmo anche domandarci se i tempi dei procedimenti amministrativi, stabiliti ormai 30 anni fa con la legge 241/90 e allungati dai regolamenti, siano oggi congrui rispetto alla società e all’economia di oggi, più complessa ma certamente più veloce. Ma basti pensare all’incertezza generata dall’attesa del Dl “Rilancio”, oggi Dl 34/2020.

Emerge in questa crisi come tratto comune nelle reazioni dei diversi Paesi un maggiore intervento dello Stato, una presenza invocata, sia per l’emergenza sanitaria sia per quella economica. Un ritorno dello Stato, dettato anche dalla debolezza delle istituzioni comunitarie e internazionali e dall’inadeguatezza dei livelli di governo subnazionali rispetto alle nuove sfide. Uno Stato capace di mobilitare risorse in maniera coordinata e in grado di compensare i divari presenti sul territorio nazionale in termini di sistema sanitario, scuola, rete informatica e mercato del lavoro. Uno Stato che però non abbiamo e che è invece paralizzato, inadeguato, senza un’identità e un ruolo anche a causa della frammentazione e distribuzione delle competenze avvenute negli ultimi 25 anni. Gli apparati ministeriali si sono svuotati negli ultimi anni, in termini qualitativi più che quantitativi. E anche gli staff degli uffici di diretta collaborazione, deputati alla scrittura delle norme, sono sottodimensionati e meno qualificati di un tempo. Il processo di “detecnicizzazione” ha colpito più il Centro che gli altri livelli di governo. Basti guardare i contenuti dei provvedimenti adottati ultimamente: scritti alla cieca da chi non conosce il tessuto economico e sociale del nostro Paese. Prima vengono pubblicate le norme e poi si cerca di capire a chi si devono applicare; con i destinatari che cercano di ricostruire la “volontà del legislatore” attraverso webinar, linee guida e consulenti o attendendo un chiarimento con il decreto legge successivo. Il nostro modo di legiferare e di amministrare, “burocratico” appunto, sta creando un’incertezza che invece di ridurre quella economica e sanitaria si somma a queste.

Nel 2020, in piena era digitale, il tempo per ottenere un intervento o un’autorizzazione deve essere minimo, sia in questo momento per assicurare la sopravvivenza delle imprese e dei lavoratori sia a regime per rendere il nostro Paese competitivo. Adesso dobbiamo salvare imprese e lavoratori e a chi sta affogando non possiamo chiedere l’istanza per ottenere il salvagente, né di attendere la pubblicazione dell’ennesimo decreto interministeriale che individui “modalità e criteri”. La vera preoccupazione adesso è che gli sforamenti e i prestiti contratti vengano sprecati, con il risultato di avere zero crescita e tanto debito.

(*) Senior advisor Adepp e Presidente Formatemp
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