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Albergatori che riversano in ritardo l’imposta di soggiorno ai Comuni: è peculato

di Roberto Lenzu (*) - Rubrica a cura di Anutel

Ciò è quanto affermato dalla Corte di Cassazione - IV sezione penale - con la sentenza del 12 luglio 2018 n.32058, confermando un proprio precedente (sentenza n. 53467/2017).
Nella specie la vicenda ha riguardato un albergatore che ha incassato 15mila euro a titolo di imposta di soggiorno nei primi tre trimestri del 2015 riversandoli tardivamente nelle casse municipali rispetto ai termini previsti dal regolamento comunale. Nonostante il riversamento, seppur tardivo, nei giudizi di merito l'albergatore era stato condannato per il reato di peculato, in base all’articolo 314 codice penale, in quanto ritenuto comunque colpevole di appropriazione indebita di denaro pubblico.

La Cassazione
Nel giudizio per cassazione, la suprema corte ha affermato innanzitutto il rispetto del principio di legalità (articolo 23 della Costituzione) e quindi la legittimità dei regolamenti comunali che disciplinano la procedura di riscossione del tributo ponendo a carico dei gestori delle strutture l'attività di incasso, riversamento e rendicontazione.
Per inciso, a detta della Corte, l'impianto normativo istitutivo del tributo (articolo 4 del Dlgs 23/2011), nel limitarsi a definire presupposto d'imposta, soggetto passivo e aliquota massima e delegando il resto della disciplina a disposizioni di natura regolamentare, sarebbe conforme al predetto principio costituzionale.
Rilevante risulta poi il passaggio dove la Corte afferma che, nell'ambito dell'applicazione dei tributo in rassegna, il gestore della struttura ricettizia è coinvolto a titolo di incaricato di servizio pubblico e non di sostituto o responsabile d'imposta, dovendosi escludere tali ultime qualificazioni in quanto non ricavabili dalla richiamata normativa.
Mentre la qualificazione di incaricato di servizio pubblico è data dalle attività amministrative ausiliarie e strumentali attribuite legittimamente a questi gestori dal regolamento comunale nell'ambito della disciplina relativa alla procedura di riscossione dell'entrata.
Peraltro, ribadendo il proprio consolidato orientamento, nella sentenza del 12 luglio 2018 n.32058 si afferma che ai fini penali la qualificazione è riconducibile in capo a chiunque esercita anche di fatto senza titolo attività di servizio pubblico, quali il maneggio materiale e la rendicontazione di denaro avente natura pubblica per conto di un ente pubblico; circostanza pacifica nel caso specifico.
Per la Corte di Cassazione, fin dall'incasso da parte del gestore si tratta di denaro pubblico appartenente al Comune, ragion per cui il gestore della struttura assume l'obbligo della resa del conto giudiziale in qualità di agente contabile (sulla medesima posizione: Cassazione, Sezioni Unite civili, sentenza n. 32058/2018; Consiglio di Stato - Sezione V - Sentenza 27 novembre 2017 n. 5545; Corte dei Conti - Sezioni riunite - sentenza n. 22/2016/QM).

Peculato
Questo passaggio interpretativo è decisivo per poter affermare che nella specie l'illecito commesso è qualificabile alla stregua di delitto di peculato, che in quanto reato proprio richiede il riscontro in capo all'agente della qualificazione di pubblico ufficiale o quella di incaricato di un pubblico servizio.
Decisive sono le affermazioni della Cassazione anche per poter riscontrare la condotta di appropriazione indebita di res pubblica in seguito al mutamento della detenzione in possesso di bene altrui (interversione del possesso). Se infatti, viceversa, l'albergatore fosse qualificabile alla stregua di sostituto o responsabile d'imposta, la somma dovuta sarebbe da considerarsi di proprietà privata del gestore o del cliente fino all'istante del versamento materiale della stessa nelle casse comunali, dovendosi escludere il reato proprio di peculato (Cassazione, sentenza n. 897/2015).
In tal ultimo caso, non sarebbe riscontrabile in capo al gestore nemmeno la qualifica di agente contabile e nessun obbligo di conto giudiziale si porrebbe a suo carico. Né, secondo la Corte, vale a escludere l'appropriazione indebita la circostanza dell'avvenuto, seppur tardivo, riversamento delle somme nelle casse comunali. Come spiega la Corte, richiamando propri precedenti (Sezione IV penale n. 53125/2014 e n.12141/2009), il peculato integra un reato a consumazione istantanea riscontrabile per il sol fatto di aver consapevolmente e volontariamente riversato dopo mesi rispetto alla scadenza le somme con la conseguenza di aver sottratto la “res pubblica” per una lasso di tempo apprezzabile alla disponibilità dell'ente pubblico tanto da generare un danno apprezzabile alle casse comunali.

Conseguenze «di non poco momento»
Dal quadro normativo sopra delineato derivano «conseguenze di non poco momento».
Per esempio, ci si chiede quali ripercussioni potrebbero derivare nel caso in cui il gestore della struttura si rifiuti di riscuotere l'imposta dovuta. In linea con quanto esposto, sotto il profilo penale, pare riscontrabile a carico del gestore il reato di rifiuto di atti d'ufficio-omissione (articolo 328 codice penale); mentre, sotto il profilo della responsabilità contabile, dovrebbe contestarsi il danno erariale.
Non meno gravose sono le incombenze a carico dei funzionari comunali preposti alla gestione del tributo che vanno ben oltre il doveroso esercizio del controllo fiscale. A carico di questi ultimi, infatti, compete un più ampio dovere di vigilanza sull'operato dei gestori delle strutture ricettive, che impone loro di esercitare la denuncia penale nel caso di notizia di una delle ipotesi di reato sopra descritta, per non incorrere a loro volta nel reato di cui all'articolo 361 codice penale; mentre, sul lato della responsabilità contabile, sono tenuti a denunciare le ipotesi di danno erariale per mancati incassi e/o riversamenti di denaro pubblico nelle casse comunali per non incorrere a loro volta nella medesima responsabilità per culpa in vigilando.

(*) Componente dell’osservatorio e docente Anutel


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