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Tributi comunali, la privacy impedisce l’accesso civico ai dati personali

di Roberto Lenzu (*) - rubrica a cura di Anutel

Riguardo ai tributi comunali, la tutela della privacy può prevalere sul diritto di accesso civico gemeralizzato. In tal senso si è pronunciato di recente il Garante della protezione dei dati personali con il parere del 14 giugno 2018. Ricorrendo all'istituto del «accesso civico generalizzato» in base all’articolo 5, comma 2, del Dlgs 33/2013, un cittadino aveva chiesto a un Comune copia autentica delle dichiarazioni e dei pagamenti Imu-Tasi-Tassa rifiuti effettuati da determinate persone.
Il Comune, in primo luogo, negava l'accesso per ragioni di tutela della privacy delle persone interessate. L'istanza non era accolta anche perché, secondo il Comune, era stata avanzata per ragioni personali del richiedente essendo motivata «al fine di difesa e di Giustizia, a tutela dei propri diritti in quanto cittadino di Cosenza […]».. A seguito della richiesta di riesame avanzata dal soggetto istante, il Comune ha chiesto un parere al Garante della protezione dei dati personali come previsto per legge.

Il parere del Garante
Il Garante ha dato ragione al Comune negando la legittimità del preteso accesso ai dati richiesti. In primo luogo, ha sottolineato che, in base all’articolo 5-bis, comma 2, lettera a) del Dlgs 33/2013, l'accesso civico deve essere negato laddove lo stesso comporti il pregiudizio concreto a danno delle persone (fisiche) interessate ai sensi della normativa sulla privacy.
Nel caso particolare, il Garante ha rilevato che i dati fiscali richiesti sono funzionali a rivelare informazioni sullo stato economico e tenore di vita delle persone, sulle loro abitudini e sul loro comportamento potendo concretamente pregiudicare, sul piano sociale e relazionale, la reputazione e ledere la dignità delle persone interessate e dei propri cari. Pregiudizio tanto più grave, sostiene il Garante, se si considera che, in base all'articolo 7 del Dlgs 33/2013, i dati rilasciati a seguito di accesso civico sono da considerarsi pubblici e quindi conoscibili e utilizzabili da un numero indeterminato di persone.
Oltretutto, sottolinea il Garante, dovendosi tener conto che i dati sono comunicati dai contribuenti confidando ragionevolmente nella natura confidenziale degli stessi. Ragion per cui (aggiungiamo noi) dalla diffusione dei citati dati deriverebbe la violazione del principio dell'affidamento e della buona fede al quale devono essere informati i rapporti giuridici compresi quelli fiscali, in base all'articolo10 della legge 212/2000 (Statuto del contribuente). Naturalmente, ha precisato il Garante, la protezione dei dati ai sensi della normativa sulla privacy si impone solo con riguardo alle persone fisiche.
Ciò non significa (aggiungiamo noi) che l'accesso civico è sempre ammesso qualora riguardi soggetti diversi da persone fisiche. Così per esempio, l'articolo 5-bis, comma 2, del Dlgs 33/2013, inibisce l'accesso civico che lede la libertà e la segretezza della corrispondenza di qualsiasi soggetto oppure gli interessi economici e commerciali di una persona fisica o giuridica, compresi la proprietà intellettuale, il diritto d'autore e i segreti commerciali. D'altra parte, il medesimo art.5-bis, inibisce l'accesso che leda interessi pubblici ritenuti particolarmente sensibili o strategici tanto da essere protetti da segretezza quali: l'ordine e la sicurezza pubblica e nazionale; il segreto militare; la politica e la stabilità finanziaria ed economica dello Stato; l'azione penale; l'attività ispettiva.

Il secondo motivo
In secondo luogo, il Garante ha condiviso anche l'altra ragione del rifiuto comunale laddove ha specificato che non può essere accolto l'accesso civico motivato da ragioni di tutela di interessi personali.
Il Garante, infatti, ha sottolineato che l'accesso civico è preordinato: da una parte, all'esercizio del controllo diffuso da parte dei cittadini della legittimità dell'attività della pubblica amministrazione e dell'utilizzo delle risorse pubbliche; dall'altra a favorire la partecipazione al dibattito pubblico. Dunque il ricorso a questo istituto per finalità diverse da quelle pubblicistiche esposte corrisponderebbe a un uso distorto e abusivo dello stesso e quindi privo di meritevolezza. Ciò a maggior ragione, a fronte dell'esistenza di strumento di accesso agli atti della Pa specificamente previsto dall'articolo 22 della Legge 241/1990 proprio a tutela di interessi privati qualificati.
In linea con la posizione del Garante sulle differenze delle diverse tipologie di accesso si è espresso di recente anche il Tar Lazio-Roma con sentenza n. 7326/2018. La vicenda esposta costituisce un monito rivolto ai funzionari pubblici che sono chiamati a dar seguito a richieste di accesso civico supportate dalle più disparate ragioni, date le conseguenze che potrebbero derivare, per esempio, in termini di risarcimento dei danni e, talvolta, anche di natura penale (per esempio quelle previste in materia di protezione dei dati personali). Quindi, la risposta a una richiesta di accesso civico dovrà essere il frutto di un'indagine approfondita e ponderata delle circostanze di fatto volta ad individuare e bilanciare tra loro gli interessi in gioco con necessario coinvolgimento di eventuali soggetti controinteressati. Così, per esempio, va senz'altro rigettato da parte di un ufficio tributi la richiesta di accesso civico volta unicamente ad acquisire informazioni, per esempio, sulla residenza di determinati soggetti o sulle proprietà di determinati immobili per ragioni personali del richiede

(*) componente del Comitato tecnico di Anutel


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