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Sblocco delle aliquote e semplificazione dei tributi immobiliari

di Stefano Baldoni (*) - Rubrica a cura di Anutel

Dopo tre anni di blocco delle aliquote e delle tariffe dei tributi locali, dal 2019 è cessata la sospensione degli effetti delle deliberazioni comunali in aumento, disposta in origine dall'articolo 1, comma 26, della legge 208/2015 e prorogata fino al 2018.
Per i Comuni, quindi, quest’anno torna utilizzabile la leva tributaria, anche se sono numerosi gli enti locali che hanno già raggiunto negli anni passati il livello massimo consentito del prelievo. Utilizzo che sarà in molti casi necessario per garantire il mantenimento dell'equilibrio corrente del bilancio, a causa per esempio del venir meno di alcune entrate correnti, come il fondo Imu-Tasi riproposto parzialmente dalla legge di bilancio solo per essere destinato a spese di investimento (e che sarà probabilmente incrementato in sede di conversione del Dl 135/2018 e forse destinato alla spesa corrente) nonché per la potenziale contrazione del gettito dell'addizionale comunale Irpef dovuta all'introduzione e all'ampliamento dei regimi sostituivi per i lavoratori autonomi e gli imprenditori individuali (flat tax), stimata nella relazione tecnica alla legge di bilancio in 59 milioni complessivi, oltre che per talune fattispecie particolari (come «lezioni private» e cedolare secca sui negozi).

Il blocco degli aumenti e i tributi coinvolti
La sospensione degli aumenti tributari non riguardava la Tari e neppure l'imposta di soggiorno e il contributo di sbarco. Per questi ultimi due prelievi addirittura i commi 4 e 4 bis, articolo 13, del Dl 50/2017 hanno consentito la loro introduzione o la variazione delle relative tariffe anche dopo i termini di approvazione del bilancio di previsione, in deroga a quanto stabilito dall'articolo 1, comma 169, legge 196/2006.
Erano fuori dal blocco anche gli enti in riequilibrio pluriennale e gli enti in dissesto. Inoltre, restavano fuori tutte le entrate non tributarie, quali per esempio il canone per l'occupazione di spazi ed aree pubbliche (Cosap) e le tariffe dei servizi a domanda individuale.

Fine della sospensione e imposta sulla pubblicità
L'eliminazione della sospensione degli aumenti tributari torna particolarmente utile ai Comuni per risolvere la questione dell'illegittimità degli aumenti dell'imposta comunale sulla pubblicità e del diritto sulle pubbliche affissioni, deliberati dal 2013 in poi, stante la pronuncia della Corte costituzionale n. 15 /2018. Almeno per il futuro.
Il comma 917 della legge 145/2018, infattgi, dal 2019 permette ai Comuni di incrementare le tariffe dei prelievi fino al 50% delle tariffe base di legge, esclusivamente per le superfici superiori a un metro quadrato. Restano fuori, invece, le tariffe delle superfici inferiori o pari a un metro quadrato, in precedenza aumentabili fino al 20%. Diversi enti stanno procedendo ad avvalersi della facoltà concessa dalla norma, in alcuni casi per mantenere il gettito passato (comunque messo in discussione dalle richieste di rimborso dei contribuenti, dilazionabili in 5 anni per effetto del comma 919) e in altri per reperire risorse aggiuntive.

L'unificazione Imu-Tasi
Altrettanto allettante per molti Comuni è l'operazione di soppressione della Tasi, riunificando i prelievi immobiliari comunali nell’Imu. Con l'introduzione del tributo sui servizi indivisibili, nel 2014, diversi Comuni hanno preveduto alla sua applicazione (si ricorda che l'articolo 1 della legge 147/2013 consente anche di azzerare il prelievo) soprattutto per recuperare gettito dalla tassazione dell'abitazione principale (a fronte del taglio del fondo di solidarietà comunale pari al maggior gettito teorico che i Comuni avrebbero potuto ottenere con l'introduzione della Tasi standard dell’1 per mille), oltre che per ripartire più equamente il prelievo immobiliare sui soggetti fruitori dei servizi comunali, andando a colpire non solo i possessori degli immobili ma anche i detentori.
Tuttavia, pur a fronte dell'eliminazione del prelievo sull'abitazione principale sia dei possessori che degli utilizzatori, il contemporaneo blocco degli aumenti tributari ha di fatto costretto molti Comuni a mantenere in vita un prelievo «monco», non potendo riespandere l'Imu per compensare pienamente il minor gettito conseguente alla cancellazione della Tasi.

Elementi da valutare nella fusione Imu-Tasi
La soppressione della Tasi e il suo riassorbimento nell'Imu, però, va valutato considerando alcuni aspetti. In primo luogo, in tale modo si escludono dai prelievi immobiliari i soggetti detentori degli immobili, non destinati a loro abitazione principale, addossando il relativo onere sui proprietari.
Così, per esempio, nel caso di un negozio locato, oggi la Tasi è spalmata su proprietario e affittuario, secondo le percentuali previste dal Comune. Qualora la stessa fosse eliminata e sostituita con l’Imu, l’intero onere tributario graverebbe sul possessore. Tale aggravio poteva accrescersi per le aziende relativamente ai propri beni strumentali, per i quali la Tasi è interamente deducibile dal reddito d'impresa, a differenza dell'Imu deducibile invece, fino al 2018, solo per il 20%. Tuttavia l'aumento della quota deducibile dell'Imu pagata sui fabbricati strumentali dalle imposte sui redditi dal 20% al 40%, disposta dal comma 12, articolo 1, della legge 145/2018, consente di evitare un ulteriore aggravio per le imprese. Ciò permetterà in molti casi, infatti, di recuperare la deducibilità Tasi perduta. Nulla cambia invece per gli immobili utilizzati o a disposizione del possessore.
L'operazione comunque renderebbe del tutto esenti dal prelievo immobiliare comunale i fabbricati invenduti delle imprese di costruzione (articolo 2 Dl 102/2013), esenti da Imu e soggetti a Tasi, con l'aliquota dell'1 per mille, aumentabile fino al 2,5 per mille e i fabbricati rurali a uso strumentale, esenti da Imu in base alla legge 147/2013, soggetti invece a Tasi con l'aliquota massima dell'1 per mille. Anche se nulla preclude ai Comuni di lasciare comunque il prelievo su queste ultime due fattispecie, rammentando che il comma 683 dell'articolo 1 della legge 147/2013 consente ai Comuni di differenziare le aliquote in ragione del settore di attività nonché della tipologia e della destinazione degli immobili.
Inoltre, cambiano i soggetti incisi dai prelievi nel caso di concessionari di aree demaniali, soggetti a Imu per intero e a Tasi solo per la quota gravante sul detentore, e di abitazione assegnata all'ex coniuge, per la quale, nonostante la posizione ministeriale in materia, non si può ritenere applicabile nella Tasi la regola derogatoria prevista nell'Imu dal Dl 16/2012 che addossa tutto il prelievo sul coniuge assegnatario.

Recupero di gettito
L'operazione potrebbe anche consentire ai Comuni un recupero di gettito. Ciò almeno per due ordini di motivi. In primo luogo, l'ente recupera la quota di gettito relativa alle abitazioni principali dei detentori. In una casa affittata, il proprietario paga la Tasi solo per una quota, mente l'inquilino risulta esente, qualora la stessa sia destinata a dimora abituale e residenza anagrafica sua e del suo nucleo familiare.
L'Imu, invece, sarà dovuta per intero dal proprietario. In secondo luogo, è frequente l'evasione tributaria dei detentori di immobili locati o in comodato. Il riaccentramento del prelievo in capo al proprietario permette di recuperare questa quota di gettito.

Semplificazione
Senza dubbio però, al di la di qualsiasi altra considerazione, l'operazione consente un grosso beneficio ai contribuenti che non saranno più tenuti al pagamento di due tributi, con conseguente semplificazione degli adempimenti dichiarativi e di versamento. Semplificazione che probabilmente vale molto di più del maggior prelievo potenzialmente dovuto. Non a caso da più parti è invocata la necessità di una riforma organica del prelievo immobiliare dei comuni, mediante l'istituzione di un'imposta veramente unica.

(*) Vice presidente e docente Anutel


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