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Nella Tia quota fissa dovuta anche per rifiuti non assimilati

di Stefano Baldoni (*) - Rubrica a cura di Anutel

La Corte di cassazione ribadisce che la tariffa di igiene ambientale (la cosiddetta Tia1, disciplinata dall'articolo 49 del Dlgs 22/1997) è dovuta, quantomeno per la quota fissa, anche nel caso in cui il contribuente provi di non produrre nei locali / aree occupati o detenuti rifiuti assimilati ovvero produca solo rifiuti speciali non assimilati agli urbani, smaltiti a sue spese o ancora laddove provveda direttamente a cedere o a recuperare tutti i rifiuti assimilati prodotti.

La quota fissa nella Tia1
La Corte di cassazione ha evidenziato che la Tia1, in base al comma 3 dell'articolo 49, è dovuta da chiunque occupi oppure conduca locali, o aree scoperte a uso privato non costituenti accessorio o pertinenza dei medesimi, a qualsiasi uso adibiti, esistenti nel territorio comunale.
Il comma 14 dell'articolo 49 stabilisce, poi, che nel caso di avvio autonomo al recupero dei rifiuti, il produttore non ha diritto all'esclusione del tributo, ma a una riduzione proporzionale alla sola quota variabile della tariffa. Inoltre, la TiaA1, a differenza della vecchia Tarsu, ha la funzione di coprire anche i costi dei rifiuti esterni, come evidenzia il criterio di determinazione dei costi riportato nel Dpr 158/1999. In ogni caso la tariffa deve garantire la copertura integrale dei costi del servizio.
Sulla base di questi presupposti, la Cassazione ha ritenuto che la quota fissa della TIA debba essere sempre versata per intero, al verificarsi del presupposto del possesso o della detenzione di superfici nel territorio comunale astrattamente idonee alla produzione di rifiuti. Ciò in quanto la quota fissa deve finanziare i costi essenziali del servizio. Qualsiasi valutazione sulla effettiva capacità di produrre rifiuti e, quindi, sul servizio effettivamente erogato, incide solo sulla quota variabile della tariffa.
La conclusione è che nel caso di locali/aree, occupati o detenuti, astrattamente idonei a produrre rifiuti, la quota fissa è dovuta per intero anche se:
- non si produce alcun rifiuto assimilato;
- tutti i rifiuti assimilati prodotti sono direttamente gestiti dal produttore e dallo stesso avviati al recupero;
- sono prodotti esclusivamente rifiuti speciali non assimilati agli urbani, smaltiti a spese a cura del produttore.
In particolare, seppure nella Tia manchi una disposizione analoga a quella rinvenibile nella Tarsu nel caso di locali o aree dove si producano in via esclusiva rifiuti speciali non assimilati agli urbani (articolo 62, comma 3, del Dlgs 507/1993 – nella determinazione della superficie tassabile non si tiene conto di quella parte di essa ove per specifiche caratteristiche strutturali e per destinazione si formano, di regola, rifiuti speciali) o nella Tari (articolo 1, comma 649, legge n. 147/2013), la Cassazione ha ripetutamente ritenuto che la suddetta regola si applichi anche alla tariffa (sentenza n. 10787/2016). Tuttavia, l'esclusione delle predette superfici dalla Tia si limiterebbe alla sola quota variabile, ma non anche alla quota fissa, poiché la prima è commisurata all'effettiva produzione dei rifiuti urbani o assimilati.

Effetti sulla Tari
La previsione della Corte di cassazione ha un effetto dirompente sulla corretta applicazione della Tia1, comunque ormai cessata dal lontano 2012 (o 2013, per gli enti che si erano avvalsi della facoltà di conservare il regime di prelievo anche per tale anno, in base al Dl 102/2013).
Ci si interroga su quali effetti possa avere tale decisione sulla Tari.
Il presupposto della Tari appare analogo, ma non identico, a quello della Tia1, essendo dovuta per il possesso o la detenzione di locali o aree scoperte, suscettibili di produrre rifiuti urbani. Infatti, a ben vedere, il presupposto della Tia1 è dato dall'occupazione o dalla conduzione di locali o aree scoperte, senza specificare tuttavia che gli stessi debbano essere anche solo potenzialmente in grado di produrre rifiuti urbani, come avviene nella Tari, pur se la Corte di cassazione sembra dare per scontato quest'ultimo requisito (astrattamente idonee alla produzione di rifiuti). Salvo però poi specificare che la quota fissa è comunque sempre dovuta, in quanto volta a finanziare le componenti essenziali del costo del servizio, come specifica la norma (articolo 49, comma 4, del Dlgs 22/1997).
a sussistenza di una specifica previsione normativa che prevede la debenza di una quota fissa legata alle componenti essenziali del costo rende condivisibile le conclusioni della Cassazione per la Tia. Tuttavia, nella disciplina della Tari si specifica esplicitamente che «nella determinazione della superficie tassabile non si tiene conto di quella parte di essa ove si formano, in via continuativa e prevalente, rifiuti speciali» (articolo 1, comma 649, legge n. 147/2013). Inoltre nella TARI manca la specifica normativa che impone la suddivisione del tributo in una quota fissa e in una quota variabile.
La norma (comma 654) si limita a dire che la tassa deve assicurare la copertura integrale dei costi del servizio, senza specificare, come accade nella Tia, che il tributo deve suddividersi in due quote, una volta a finanziare le componenti essenziali del servizio e una rapportata alla quantità di rifiuti prodotti.
La previsione della suddivisione del tributo in quota fissa e quota variabile è contenuta nel Dpr 158/1999, di disciplina del «metodo normalizzato» (articolo 3). Tuttavia, l'utilizzo del predetto «metodo normalizzato» e, quindi, della disciplina del Dpr 158/1999 ai fini della determinazione del tributo, è nella Tari meramente facoltativo. Il comma 651 stabilisce che il Comune nella commisurazione della tariffa tiene conto dei criteri determinati dal Dpr 158/1999, mentre il comma 652 consente, in alternativa ai criteri descritti, di utilizzare un diverso sistema presuntivo per la costruzione della tariffa. Cioè in definitiva il Comune ben potrebbe costruire una struttura tariffaria senza distinzione tra quota fissa e quota variabile. Quindi non appare riscontrabile una norma di legge che imponga l'applicazione della quota fissa della tariffa nella Tari in ogni fattispecie. Neppure quanto sopra può rinvenirsi nell'artticolo 3 del Dpr 158/1999, ben potendo il Comune non utilizzare tale norma nell'applicazione della Tari.
In altri termini, nel caso di locali/aree improduttive (oggettivamente) di rifiuti assimilati ovvero produttivi solo di rifiuti speciali non assimilati agli urbani, manca nella Tari una norma di rango legislativo che possa far ritenere applicabile comunque la quota fissa, a fronte invece di una norma, il comma 649, che esclude espressamente tali superfici dal computo di quella tassabile. Quota fissa che peraltro potrebbe anche non essere distinta.
Seppure dal punto di vista metodologico apparirebbe corretto che tutti i soggetti che dispongono di locali/aree nel territorio comunale concorrano al sostenimento dei costi fissi del servizio, sia per la valenza di igiene pubblica dello stesso, sia perché tali costi includono anche il costo dei rifiuti esterni e di quelli derivanti dallo spazzamento stradale, sarebbero opportune norme più specifiche. In attesa anche, magari, di un eventuale pronuncia della Suprema Corte sulla specifica questione.

(*) Vice presidente e docente Anutel


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