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Lombardia, la riforma fa fatica - La metà dei medici non partecipa

di Sara Monaci

La riforma sanitaria lombarda fa fatica a decollare. Scritta nero su bianco con una legge del 2015 e iniziata di fatto a inizio 2018 con i decreti firmati da Roberto Maroni governatore, è poi entrata nel vivo con l’attuale presidente Attilio Fontana, ma non è ancora soddisfacente per i vertici del Pirellone.

Due le dolenti note. Prima di tutto solo la metà dei medici di base ha aderito alla riforma, nonostante gli incentivi economici, mettendo così a dura prova il progetto di trasformare i centri ospedalieri in luoghi di cura dove venissero seguiti sia i malati acuti che i malati cronici. Inoltre, guardando i trend finanziari, i privati in Lombardia aumentano la marginalità e quindi i guadagni, e per il settore pubblico è tempo di monitorare attentamente eventuali abusi negli ambiti più redditizi (dall’ortopedia alla chirurgia). E soprattutto di fare in modo che gli istituti privati rispondano di più alle reali esigenze dei pazienti lombardi.

«È una riforma che cambia paradigma, ci vuole tempo. Siamo partiti un anno e mezzo fa e vediamo una crescita lenta ma progressiva, con aree che rispondono meglio, come le zone montuose, Lecco, Mantova e Cremona, e altre peggio, come Milano, dove i medici generalisti che hanno aderito sono solo il 30% - dice l’assessore alla Sanità Giulio Gallera - E per quanto riguarda le attività private, da gennaio chiederemo che il 2% del finanziamento pubblico venga utilizzato per rispondere alle richieste del territorio, aiutandoci a ridurre i tempi delle liste di attesa».

L’assenza di medici generalisti

La riforma, che doveva in parte superare il sistema messo in piedi da Roberto Formigoni e basato sulle eccellenze private, si basa sulla nascita delle aziende socio sanitarie territoriali, le Asst, superando le vecchie Asl. Semplificando, prevede che i pazienti con malattie di lungo corso, bisognosi di controlli frequenti e medicinali da prendere assiduamente (i “cronici” appunto), vengano seguiti direttamente sul territorio da queste unità inserite negli ospedali.

Dovevano per questo scopo nascere cooperative di dottori di medicina generale per la cosiddetta “presa in cura” delle patologie, ovvero pool di dottori di primo livello che aiutassero a prenotare visite specialistiche, che ricordassero i medicinali da usare, che avviassero un percorso di controlli programmati.

Ma ad oggi il risultato è parziale: solo il 50% dei medici ha aderito. Erano state pure previsti incentivi dalla Regione: 15 euro per ogni piano assistenziale individuale; 35 euro circa per ogni paziente seguito nelle visite. I pazienti che partecipano al programma, su 3 milioni di cronici, sono solo 351mila, circa l’11 percento.

Cosa accade nelle altre Regioni? In Emilia Romagna e in Toscana vengono usate le Case della salute, luoghi fisici dove i medici si riuniscono, dagli specialisti ai dottori generalisti. Questo ha aiutato a far decollare l’idea della presa in cura. Si tratta di un modello che, secondo i tecnici regionali, potrebbe essere utilizzato di più anche in Lombardia, come correttivo.

«È comunque previsto dalla riforma, anche se non è visto come un diktat. Noi spingiamo ancora sulle cooperative - spiega Gallera - Ad oggi ci sono comunque 170mila visite prenotate». L’assessore alla Sanità, sottolineando gli aspetti incoraggianti, ricorda l’iniziativa della “smaterializzazione” della ricetta: i pazienti potranno andarsela a prendere direttamente in farmacia. L’esperimento già funziona a Varese, e da inizio 2020 verrà esteso a tutti i territori provinciali.

Aumenta il guadagno dei privati

Secondo dati regionali ufficiosi, i margini degli istituti privati stanno aumentando negli ultimi anni. Non c’è ancora una cifra definitiva, le elaborazioni sono in corso, ma la tendenza è chiara guardando i primi 10 istituti: i privati nella sanità stanno aumentando i guadagni, a parità di finanziamento pubblico.

Complessivamente la Regione Lombardia ogni anno elargisce agli ospedali, tra pubblici e privati, 17-18 miliardi, circa l’80% delle risorse totali. I privati che ricevono il denaro devono essere ovviamente accreditati sulla base di parametri decisi dal Pirellone. La cifra non si è modificata nel tempo in modo evidente.

Quello che sta invece cambiando è l’orientamento dei privati, che evidentemente scelgono attività più redditizie e con minori costi. Per questo aumentano i margini. Negli ospedali pubblici sta invece accadendo il contrario.

Questo significa che, se non vengono introdotti correttivi, il pubblico dovrà occuparsi sempre di più dello “scarto” del privato, più costoso e poco redditizio, mentre le operazioni ad alto valore aggiunto, o semplicemente molto onerose per i pazienti, passeranno in mano al privato.

Non c’è ancora il rischio, in Italia come in Lombardia, che la sanità di alto livello diventi appannaggio solo dei ricchi, ma chiaramente il pubblico deve tenere la situazione sotto controllo, oltre ad evitare che ci siano degli abusi. È per questo che da un anno la Regione sta facendo più controlli, anche usando le banche dati per ricostruire le attività e osservare i fenomeni.

Intanto, per velocizzare le liste d’attesa, è stato chiesto ai privati di orientare lo 0,6% del budget pubblico per le attività più richieste dai pazienti; da gennaio, come spiega Gallera, si salirà al 2 percento.

Nella sanità privata la propensione alla spesa è nettamente più alta in Lombardia rispetto alla media nazionale: 825 euro per famiglia all’anno. In Emilia Romagna è di 700 euro; in Toscana di 620; in Calabria di 400. Curiosità: il 30% va per il dentista, il 30% per visite specialistiche; il resto si spende in farmacia.


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