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Taglia-società, nel mirino dei controlli un ente su due

di Gianni Trovati

La riforma Madia, che impone la liquidazione o la chiusura delle partecipate pubbliche che non superano i 500mila euro di fatturato, hanno meno dipendenti che amministratori oppure operano in settori esclusi dalle nuove regole, dovrebbe tagliare un’azienda su tre. Ma l’attuazione comincia a mostrare più di un problema.

La struttura di monitoraggio creata al ministero dell’Economia ha avviato i controlli sugli enti più grandi (regioni, province, capoluoghi e comuni con più di 50mila abitanti); e dopo aver messo sotto esame 300 amministrazioni ha inviato 170 richieste di chiarimenti, per capire come mai i piani di razionalizzazione prevedono di mantenere in vita società che a prima vista dovrebbero cadere sotto la tagliola della riforma. Quello comunicato la settimana scorsa dal Mefè solo il primo passo di un esame più ampio, che promette di verificare tutti i casi in cui le amministrazioni socie hanno comunicato l’intenzione di non toccare le loro partecipate. E secondo le prime analisi di Via XX Settembre, sono «circa 1.600 le società che presentano elementi di criticità rispetto alle disposizioni della riforma».

Gli azionisti pubblici, insomma, sembrano proseguire sulla strada della “resistenza passiva” ai tanti tentativi di taglia-partecipate. Sono tanti, del resto, i capitoli della riforma della Pa che arrivano ora alla sfida dell’attuazione vera e propria. A elencarli sono le 27 pagine di relazione di fine mandato lasciate dalla ministra Marianna Madiaal suo successore, e nella lista ci sono snodi cruciali: la valutazione delle performance, la stabilizzazione dei precari e la digitalizzazione. Il quadro delle regole è definito, ma il passaggio ai fatti resta da costruire.


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