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Pa digitale, Italia terzultima in Europa - Corte dei Conti, ritardo eccessivo

di Andrea Carli

Siamo tra i Paesi più in ritardo rispetto alla costruzione di un e-Government consolidato (bassi livelli sia di digitalizzazione sia di penetrazione). Non solo: il miglioramento della disponibilità dei servizi pubblici deve fare i conti con lo scarso utilizzo degli stessi da parte della popolazione

Pa italiana in «ritardo eccessivo» sul fronte della digitalizzazione e dell’Ict. È il giudizio espresso da uno studio della Corte dei Conti (dal titolo: “Referto in materia di informatica pubblica”) presentato ieri a Roma alla Camera. Le analisi svolte in materia negli ultimi anni dalla Corte dei conti delineano «un quadro non confortante del livello di innovazione nella Pubblica amministrazione italiana».
L’Italia è tra i Paesi più in ritardo rispetto alla costruzione di un e-Government consolidato (bassi livelli sia di digitalizzazione sia di penetrazione). Non solo: il miglioramento della disponibilità dei servizi pubblici deve fare i conti con lo scarso utilizzo degli stessi da parte della popolazione.

La ministra Dadone: «Consci del ritardo, abbiamo una road map»
«Siamo ben consci del ritardo digitale della Pubblica amministrazione - ha scritto la ministra per la Pubblica amministrazione del Governo Conte II Fabiana Dadone sul suo profilo twitter, riportando uno stralcio dell’articolo del Sole24Ore.com - . La nostra road map, infatti, è chiara: diffusione dell’identità digitale, test e corsi su misura per la formazione del personale e innovazione dei processi per diminuire davvero l’uso della carta».

Il “verdetto” del Desi, l’indice della Commissione europea
Secondo il Desi (Digital Economic Strategy Index) - è un indice sviluppato dalla Commissione europea in grado di misurare la diffusione del digitale nei paesi Ue - siamo al 25esimo posto su 28 paesi europei nel 2018 (24esimi nel 2019) con una velocità di crescita delle iniziative comunque inferiore a quella della media europea sui temi del digitale. L’Italia, è il messaggio, si colloca al terzultimo posto in Europa per attuazione dell’agenda digitale. Il Paese «manca ancora di una strategia globale dedicata alle competenze digitali, lacuna che penalizza quei settori della popolazione, come gli anziani e le persone inattive, che non vengono fatti oggetto di altre iniziative in materia».

Sulle ricette digitali permane gap rispetto alla media Ue
Sul fronte dell’e-Government, l’Italia sta procedendo lentamente e risulta, nel 2019, al 27º posto in classifica (con un punteggio pari a 37 per cento a fronte di una media europea pari al 64 per cento), mentre sul fronte dell’open data ha invece registrato una notevole crescita migliorando sensibilmente la sua posizione in classifica (attualmente al 4° posto), superando ampiamente la media UE (80 per cento su una media del 64 per cento). Per quanto riguarda l’utilizzo dei servizi di sanità digitale, siamo all’ottavo posto fra gli Stati membri dell’Ue, sopra la media Ue, mentre per quanto riguarda lo scambio di dati medici e le ricette digitali il gap rispetto alla media Ue risulta ancora distante (-13 punti percentuali per lo scambio di dati medici e -18 punti percentuali per le ricette digitali).

Solo il 22% dei cittadini interagisce online con la Pa
Un quadro analogo viene delineato dall’e-Government Benchmark. È un indice che misura il progresso dei singoli Stati nembri nell’implementazione dei servizi pubblici digitali previsti dall’e-Government Action Plan 2016-2020. Per il 2018 e 2019 questa analisi conferma la situazione raccontata dal Desi. L’Italia è caratterizzata da una dicotomia: mentre per quanto riguarda la disponibilità di servizi pubblici digitali, in particolare sul fronte dell’open data e sui servizi di sanità digitale, il paese con il 58 per cento è appena al di sotto della media Ue del 63 per cento (2016-2017), l’effettivo utilizzo dei servizi da parte dei cittadini rimane molto basso: infatti, solo il 22 per cento degli individui interagisce online con la Pubblica amministrazione, rispetto alla media Ue del 53 per cento.

Non è un problema di risorse: 5,8 miliardi l’anno
La domanda a questo punto è: a cosa si deve questo ritardo? «Appare difficilmente invocabile - si legge nello studio - la scarsezza di risorse pubbliche tout court per giustificare il mancato raggiungimento dei risultati attesi. Le stime più accreditate dichiarano una spesa complessiva di circa 5,8 miliardi l’anno per l’informatica pubblica, tra risorse nazionali e comunitarie».

Come si suddivide la spesa
L’Amministrazione centrale gestisce la maggior parte della spesa, con un valore nel biennio 2016-2017 di oltre 2,6 miliardi di euro, pari a circa il 45 per cento della spesa totale della Pa (il valore è determinato in gran parte dalla spesa per Ict degli enti previdenziali, ricompresi nell’area “amministrazioni centrali”). Il secondo comparto in termini di incidenza sulla spesa, pari a circa 25 per cento, è costituito dalle Pubbliche amministrazioni locali, che nel biennio hanno registrato una spesa media superiore a 1,4 miliardi di euro. Nel comparto sono incluse le Regioni e le Province autonome (ad esclusione dei sistemi sanitari regionali la cui spesa è contabilizzata nell’apposita voce Sanità) cui afferisce poco meno della metà della spesa della Pa locale, mentre la restante parte è relativa a province, comuni, città metropolitane, consorzi tra amministrazioni locali, unioni di comuni, comunità montane, comunità isolane e altri Enti locali.

Manca coordinamento tra le Pa
Il problema, dunque, è un altro: le risorse, cospicue, «vengono utilizzate in misura limitata e non sempre nel modo più razionale». Occorre, suggerisce la Corte dei Conti, un coordinamento delle varie Pa «affinché i fondi disponibili vengano indirizzati nel modo migliore, in modalità sinergica e con obiettivi condivisi a livello centrale».

Oltre 20 miliardi per investimenti Ict dalla Ue
L’Unione europea punta sull’innovazione tecnologica. Per il periodo 2014-2020, sul Fondo europeo di sviluppo regionale (FESR) e sul Fondo di coesione sono stati stanziati oltre 20 miliardi per investimenti in Ict per gli Stati membri. Queste risorse sono state stanziate al fine di creare un mercato unico digitale in grado di generare potenzialmente una ulteriore crescita stimata fino a 250 miliardi di euro. L’Agenda digitale, che rappresenta una delle sette iniziative faro della strategia Europa 2020, fissa alcuni obiettivi per la crescita delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione nell’Unione europea.

Dalla Consip il 38% delle risorse
Il rapporto mette in evidenza che «le informazioni ad oggi presenti nelle varie banche dati relativamente alla spesa per l’Ict sostenuta dai soggetti istituzionali appaiono complesse e frammentarie. Ne consegue l’impossibilità ad oggi di disporre di informazioni complete ed armonizzate dell’intero perimetro di spesa attinente all’Ict». Quella sostenuta dalla Consip (circa 2,2 miliardi nel 2018), costituisce il 38 per cento della spesa totale stimata Ict della Pubblica amministrazione.

Lo scarso livello di informatizzazione dei dipendenti pubblici
Non aiuta il decollo dell’Ict nella Pa il livello di informatizzazione dei dipendenti pubblici in Italia. L’età media dei dipendenti pubblici è di oltre 50 anni (e tende a crescere). Una ricerca di Forum Pa ha messo in evidenza che il 62 per cento ha al massimo il diploma di licenza superiore, il 4 per cento la laurea breve, il 34 per cento la laurea o un titolo superiore. Le immissioni di personale giovane, in buona parte “nativi digitali”, avvengono con ritmi lenti.


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