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Corte di Cassazione, Sezione 3 penale
Sentenza 13 aprile 2016, n. 15410
Data udienza 11 febbraio 2016

Integrale

AMBIENTE E TERRITORIO - RIFIUTI
REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. RAMACCI Luca - Presidente

Dott. SOCCI Angelo Matteo - Consigliere

Dott. LIBERATI Giovanni - Consigliere

Dott. SCARCELLA Alessio - Consigliere

Dott. RICCARDI Giuseppe - rel. Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

(OMISSIS), nato a (OMISSIS) il (OMISSIS);

avverso la sentenza del 19/06/2012 del Tribunale di Salerno;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal Consigliere Dott. RICCARDI Giuseppe;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. SPINACI Sante, che ha concluso chiedendo l'inammissibilita' del ricorso.

RITENUTO IN FATTO

1. Con sentenza del 19 giugno 2012 il Tribunale di Salerno ha condannato (OMISSIS), previo riconoscimento delle attenuanti generiche, alla pena di Euro 10.000,00 di ammenda, con sospensione condizionale, ed al risarcimento del danno in favore delle costituite parti civili, in ordine al reato di gestione abusiva di rifiuti (cosi' riqualificato il reato contestato di realizzazione e gestione illegale di discarica), per avere, quale Sindaco p.t. del Comune di Pontecagnano Faiano, realizzato e gestito abusivamente un sito di trasferenza di rifiuti solidi urbani su un'area di 3800 mq..

2. Avverso tale provvedimento il difensore dell'imputato ha proposto appello, articolando tre motivi di impugnazione.

3. La Corte di Appello di Salerno ha disposto la trasmissione dell'appello alla Corte di Cassazione, rilevando trattarsi di sentenza inappellabile, ai sensi dell'articolo 593 c.p.p., comma 3, in conformita' al principio della conversione in ricorso per cassazione.

4. Il difensore dell'imputato, con l'atto di appello proposto, deduceva tre motivi di impugnazione: 1) richiesta di assoluzione perche' il fatto non sussiste o per non aver commesso il fatto, avendo l'imputato, nel ruolo di Sindaco p.t., individuato il sito di stoccaggio sulla base di un'ordinanza contingibile ed urgente, al fine di affrontare l'emergenza nella gestione del ciclo dei rifiuti; 2) richiesta di proscioglimento per estinzione del reato, essendo la prescrizione ordinaria maturata prima dell'emissione della sentenza; 3) richiesta di riduzione della pena, e concessione della non menzione.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Il ricorso e' inammissibile.

Invero, secondo il principio affermato dalle Sezioni unite di questa Corte, la conversione del mezzo di impugnazione, ai sensi dell'articolo 568 c.p.p., comma 5, e' ammessa soltanto allorquando esso corrisponda, ad onta dell'erronea indicazione del nomen iuris, alla effettiva volonta' dell'interessato, e non anche quando quest'ultimo abbia effettivamente voluto ed esattamente denominato il mezzo di impugnazione non consentito dalla legge, dovendo in quest'ultimo caso dichiararsi inammissibile l'impugnazione (Sez. U., n. 16 del 26/11/1997, Nexhi, Rv. 209336: "In tema di impugnazioni, il precetto di cui all'articolo 568 cod. proc. pen., comma 5, secondo cui l'impugnazione e' ammissibile indipendentemente dalla qualificazione a essa data dalla parte che l'ha proposta, deve essere inteso nel senso che solo l'erronea attribuzione del "nomen juris" non puo' pregiudicare l'ammissibilita' di quel mezzo di impugnazione di cui l'interessato, ad onta dell'inesatta "etichetta", abbia effettivamente inteso avvalersi: cio' significa che il giudice ha il potere-dovere di provvedere all'appropriata qualificazione del gravame, privilegiando rispetto alla formale apparenza la volonta' della parte di attivare il rimedio all'uopo predisposto dall'ordinamento giuridico. Ma proprio perche' la disposizione indicata e' finalizzata alla salvezza e non alla modifica della volonta' reale dell'interessato, al giudice non e' consentito sostituire il mezzo d'impugnazione effettivamente voluto e propriamente denominato ma inammissibilmente proposto dalla parte, con quello, diverso, che sarebbe stato astrattamente ammissibile: in tale ipotesi, infatti, non puo' parlarsi di inesatta qualificazione giuridica del gravame, come tale suscettibile di rettifica "ope iudicis", ma di una infondata pretesa da sanzionare con l'inammissibilita'").

E' pertanto inammissibile l'impugnazione proposta con mezzo di gravame diverso da quello prescritto, quando dall'esame dell'atto si tragga la conclusione che la parte impugnante abbia effettivamente voluto ed esattamente denominato il mezzo di gravame non consentito dalla legge (Sez. 2, Sentenza n. 47051 del 25/09/2013, Ercolano, Rv. 257481; Sez. 5, Sentenza n. 10092 del 26/05/2000, Della Pepa, Rv. 217524).

2. Nel caso in esame, dal nomen iuris attribuito all'atto di impugnazione, invero reiterato anche nelle richieste finali, rivolte alla Corte di Appello, e dal contenuto del gravame, emerge che intenzione indiscutibile dell'interessato e' stata appunto quella di proporre appello e non ricorso per cassazione, in quanto il tenore dei prospettati motivi di gravame concerne esclusivamente profili di merito (liceita' della condotta in quanto scriminata dall'adozione dell'ordinanza contingibile ed urgente, prescrizione del reato, riduzione della pena), insindacabili in sede di legittimita', sulla base dei quali viene fondata la richiesta di assoluzione, ovvero la richiesta di riduzione della pena.

3. In ogni caso, l'inammissibilita' del ricorso deriva anche dalla manifesta infondatezza dei motivi.

3.1. Invero, il primo motivo, concernente la legittimita' della condotta in virtu' dell'emanazione di un'ordinanza contingibile ed urgente, e' generico, oltre che manifestamente infondato.

La censura difensiva, infatti, deduce laconicamente la legittimita' della condotta, senza in alcun modo confrontarsi con l'apparato argomentativo della sentenza impugnata.

In ogni caso, la doglianza e' del tutto priva di fondamento: il Decreto Legislativo n. 152 del 2006, articolo 191, infatti, prevede che "qualora si verifichino situazioni di eccezionale ed urgente necessita' di tutela della salute pubblica e dell'ambiente, e non si possa altrimenti provvedere, il Presidente della Giunta regionale o il Presidente della provincia ovvero il Sindaco possono emettere, nell'ambito delle rispettive competenze, ordinanze contingibili ed urgenti per consentire il ricorso temporaneo a speciali forme di gestione dei rifiuti, anche in deroga alle disposizioni vigenti, garantendo un elevato livello di tutela della salute e dell'ambiente (...) ed hanno efficacia per un periodo non superiore a sei mesi" (prescindendo, in tale sede, dalle modifiche apportate dalla L. 28 dicembre 2015, n. 221, articolo 44, non rilevanti ai fini del presente giudizio); l'articolo 191, comma 3, inoltre, prevede che "Le ordinanze di cui al comma 1 indicano le norme a cui si intende derogare e sono adottate su parere degli organi tecnici o tecnico-sanitari locali, che si esprimono con specifico riferimento alle conseguenze ambientali", mentre il comma 4 sanciva che le stesse ordinanze "non possono essere reiterate per piu' di due volte" (periodo esteso a 18 mesi dal Decreto Legge 23 maggio 2008, n. 90, articolo 9, comma 8, convertito, con modificazioni, nella L. 14 luglio 2008, n. 123).

Sul punto, giova rammentare che questa Corte ha affermato, gia' con riferimento alla precedente, ma identica, disciplina in materia, che "l'ordinanza contingibile e urgente che il sindaco puo' emanare in materia di smaltimento dei rifiuti ai sensi del Decreto Legislativo 5 febbraio 1997, n. 22, articolo 13, ha come presupposti: a) una necessita' eccezionale ed urgente di tutelare la salute pubblica o l'ambiente, b) la limitazione nel tempo, c) l'inevitabilita' del ricorso a forme di gestione straordinaria; mentre ha come requisito di legittimita' formale una motivazione adeguata, che renda conto dei presupposti concreti dell'ordinanza stessa. A fronte di tale ordinanza il giudice penale deve verificare se ricorrono i presupposti che legittimano l'esercizio concreto della potesta' sindacale, e se sussiste il requisito di legittimita' di una motivazione adeguata" (Sez. 3, n. 12692 del 16/10/1998, Schepis, RV. 212181), e ancora che "in tema di smaltimento dei rifiuti, compete al giudice penale il sindacato di legittimita' sul potere del Sindaco di emanazione delle ordinanze contingibili ed urgenti ex Decreto Legislativo 5 febbraio 1997, n. 22, articolo 13, atteso che l'ordinanza di necessita' non costituisce un titolo di legittimazione sostitutivo dell'autorizzazione regionale, bensi' una causa speciale di giustificazione per quelle attivita' di smaltimento di rifiuti non autorizzate che diversamente integrerebbero un'ipotesi di reato" (Sez. 3, n. 17414 del 20/01/2005, Manzoni, Rv. 231635).

Tanto premesso, nel caso di specie l'adozione dell'ordinanza contingibile ed urgente non rende lecita la realizzazione del sito di stoccaggio, in quanto il giudice di prime cure, con apprezzamento immune da vizi formali e logici, ha disapplicato il provvedimento, sul rilievo che lo stesso fosse stato assunto senza (recte, in contrasto con) i pareri degli organi tecnico-sanitari (nella specie, ASL, che aveva intimato l'immediata chiusura del sito, e ARPAC).

Sulla base di tale valutazione, dunque, e' stata ritenuta integrata la tipicita' del reato di gestione abusiva di rifiuti, di cui al Decreto Legislativo 152 del 2006, articolo 256, comma 1, e non gia' il reato contestato di realizzazione di discarica abusiva, di cui al successivo comma 3.

Va pertanto ribadito il principio di diritto secondo il quale l'adozione di ordinanze contingibili ed urgenti da parte del Sindaco (o delle altre autorita' competenti previste dalla norma), ai sensi del Decreto Legislativo 152 del 2006, articolo 191, integra una causa di esclusione della tipicita' per quelle attivita' di smaltimento di rifiuti non autorizzate, che diversamente integrerebbero un'ipotesi di reato, soltanto allorquando siano emanate per affrontare situazioni temporanee di eccezionale ed urgente necessita' di tutela della salute pubblica e dell'ambiente, previa acquisizione dei pareri degli organi tecnico-sanitari, e siano congruamente motivate; il giudice penale ha il potere-dovere di verificare la legittimita' formale e sostanziale delle ordinanze contingibili ed urgenti, e, in caso di illegittimita', la conseguente disapplicazione (recte: l'inefficacia del provvedimento ad integrare la causa di esclusione della tipicita') comporta l'integrazione dei reati in materia di smaltimento illecito di rifiuti.

3.2. Anche il secondo motivo e' manifestamente infondato.

Invero, la sospensione dei termini di prescrizione e' stata correttamente considerata (sebbene diverga per nove giorni) dal giudice di prime cure, in quanto il rinvio per impedimento del difensore, disposto il 03/05/2010, pur non comportando una sospensione per l'intero periodo, paralizza il decorso dei termini per 60 giorni, ai sensi dell'articolo 159 c.p., comma 1, n. 3 (Sez. U, n. 4909 del 18/12/2014, Torchio, Rv. 262913); il successivo rinvio, disposto all'udienza del 12/07/2010, su richiesta del difensore d'ufficio nominato ex articolo 97 c.p.p., comma 4, ha determinato, invece, una sospensione per l'intera durata del differimento, in quanto, in assenza dei presupposti previsti dall'articolo 108 cod. proc. pen. (non ricorrendo ipotesi di rinuncia, revoca, incompatibilita' o abbandono del difensore costituito), il rinvio deve intendersi disposto "su richiesta dell'imputato o del suo difensore" (articolo 159 c.p., comma 1, n. 3, primo periodo) (Sez. 2, n. 5605 del 10/01/2007, Commisso, Rv. 236123: "La previsione della concessione di un termine a difesa al nuovo difensore, nei casi di rinuncia, di revoca, di incompatibilita' e di abbandono della difesa ad opera del precedente difensore, non trova applicazione nelle situazioni in cui il giudice designa un sostituto del difensore non comparso, in quanto quest'ultimo ha solo momentaneamente sospeso la sua funzione (Corte cost., sent. n. 450 del 1997 e ord. n. 17 del 2006)"), con una sospensione del processo, e quindi dei termini di prescrizione, che concerne l'intero periodo del differimento, senza il limite dei 60 giorni riservato alla differente ipotesi dell'impedimento legittimo dell'imputato o del difensore.

Peraltro, il rinvio del dibattimento disposto per impedimento dell'imputato o del difensore e su loro richiesta non necessita di un formale provvedimento di sospensione della prescrizione; infatti, la sospensione del corso della prescrizione e' normativamente ancorata all'ipotesi di sospensione del procedimento penale, equiparabile, a tal fine, al rinvio, e dunque l'ordinanza di rinvio ha efficacia sospensiva automatica dei termini di prescrizione (Sez. 6, n. 12497 del 08/01/2010, Romano, Rv. 246724; Sez. 5, n. 12453 del 23/02/2005, Princiotta, Rv. 231694; Sez. U, n. 1021 del 28/11/2001, dep. 2002, Cremonese, Rv. 220510).

Pertanto, coincidendo il termine massimo di prescrizione con il 10/11/2012, in data successiva alla sentenza di appello, emessa il 19/06/2012, l'inammissibilita' del ricorso per cassazione, impedendo la costituzione di un valido rapporto di impugnazione, non consente di rilevare eventuali cause di estinzione del reato (Sez. U, n. 32 del 22/11/2000, D.L., Rv. 217266: "L'inammissibilita' del ricorso per cassazione dovuta alla manifesta infondatezza dei motivi non consente il formarsi di un valido rapporto di impugnazione e preclude, pertanto, la possibilita' di rilevare e dichiarare le cause di non punibilita' a norma dell'articolo 129 cod. proc. pen. (Nella specie la prescrizione del reato maturata successivamente alla sentenza impugnata con il ricorso)"; Sez. U, 17/12/2015, Ricci, non ancora depositata, che, secondo quanto si rileva dall'informazione provvisoria, ha negato la possibilita' di dichiarare la prescrizione del reato intervenuta prima della sentenza di appello, ma non rilevata ne' eccepita in quella sede o nei motivi di ricorso, salvo che con esso venga dedotta proprio l'intervenuta prescrizione).

3.3. Infine, il terzo motivo risulta manifestamente infondato, in quanto, in assenza di censure di legittimita' rivolte al trattamento sanzionatorio concretamente irrogato, si limita a sollecitare una rivalutazione di merito della congruita' della pena, come tale inammissibile in sede di legittimita'.

Senza tener conto, peraltro, che, contrariamente a quanto dedotto, la pena concretamente inflitta si attesta, anche con il riconoscimento delle attenuanti generiche, quasi sui minimi edittali, con apprezzamento di fatto che, privo di illogicita', e' insindacabile in sede di legittimita'.

4. Alla declaratoria di inammissibilita' del ricorso consegue la condanna al pagamento delle spese processuali e la corresponsione di una somma di denaro in favore della Cassa delle Ammende, somma che si ritiene equo determinare in Euro 1.000,00: infatti, l'articolo 616 cod. proc. pen. non distingue tra le varie cause di inammissibilita', con la conseguenza che la condanna al pagamento della sanzione pecuniaria in esso prevista deve essere inflitta sia nel caso di inammissibilita' dichiarata ex articolo 606 cod. proc. pen., comma 3, sia nelle ipotesi di inammissibilita' pronunciata ex articolo 591 cod. proc. pen..

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 1.000,00 in favore della Cassa delle Ammende.

Da: Pubblica Amministrazione 24