Quotidiano Enti Locali & PA – Il Sole 24 Ore

  • 21 Gen 2015
  • Comuni, mobilità volontaria ancora possibile ma senza «eludere» il nodo Province

    di Gianluca Bertagna
  • In attesa della ricollocazione obbligatoria dei dipendenti delle Province, i Comuni possono portare a termine o indire nuove procedure di mobilità volontaria, ex articolo 30, comma 1, del Dlgs 165/2001? È sicuramente questa la principale domanda che gli operatori degli enti locali, si stanno ponendo dall'entrata in vigore dell'articolo 1, comma 424, della legge 190/2014. La disposizione obbliga i Comuni e le Regioni a utilizzare le proprie quote assunzionali per l'immissione in servizio dei dipendenti delle Province che verranno dichiarati in sovrannumero. Ad esempio, per un ente che ha un rapporto tra spese di personale e spese correnti superiore al 25%, nel 2015 il turn-over è pari al 60% della spesa delle cessazioni dell'anno 2014, a cui andrà aggiunta la quota eventualmente non utilizzata per le cessazioni del 2013. Per il riassorbimento dei dipendenti provinciali, si potrà addirittura giungere a una percentuale del turn-over del 100%, e la spesa dei nuovi lavoratori non verrà conteggiata tra le spese di personale di cui al comma 557, della legge finanziaria del 2007.

    Il problema
    Ma cosa c'entra la mobilità in tutto questo? Da una lettura formale (e letterale) della norma, proprio nulla. Infatti l'obbligo, per i Comuni, sembra risiedere esclusivamente tra le quote assunzionali, mentre è ormai certo che la mobilità non sia equiparata a un nuova assunzione, quando avviene tra enti che hanno limitazioni alle assunzioni. La cosa è talmente vera che la mobilità può essere indetta anche se l'ente non ha facoltà assunzionale da mettere in gioco, ma rispetta appieno le norme in materia di contenimento delle spese di personale, nel tempo vigenti. Tutto ciò è confermato, senza tema di smentita, dall'articolo 1, comma 47, della legge 311/2014, ma lo hanno anche asserito diversi orientamenti della Corte dei conti. Basta citare le Deliberazioni n. 53/2010 e n. 59/2010, delle sezioni riunite o la Deliberazione n. 21/2009 della sezione Autonomie.

    Le soluzioni possibili
    Alla luce di alcuni commenti delle settimane scorse, qualche dubbio però rimane. Ipotizziamo che un ente intenda procedere con un avviso di mobilità in entrata. Il Comune ricevente con il trasferimento ricopre un posto vacante della propria dotazione organica; il Comune cedente libera un posto nella propria dotazione; posto che non necessariamente verrà ricoperto. In questo modo, se da una parte si realizza una corretta distribuzione di risorse umane nella Pubblica amministrazione, dall'altra si rischia di inibire la procedura di ricollocamento dei dipendenti delle Province. In modo particolare, pur sembrando consentite le procedure di mobilità anche in presenza del comma 424, della legge di stabilità, è inevitabile che non si possa non tenere in dovuto conto la problematica di 20mila dipendenti che verranno dichiarati in soprannumero dalle province. La mobilità volontaria, quindi, dal punto di vista normativo, sembra ancora possibile, anche se, in un'ottica di prudenza, il ricoprire i propri posti vacanti in dotazione organica non dovrebbe diventare un modo per eludere il ricollocamento dei dipendenti provinciali. Si potrebbero, altresì, ipotizzare dei bandi di mobilità destinati ai soli dipendenti delle Province. In questo caso, però, l'eventuale entrata del dipendente nel Comune non impedirebbe il conteggio della propria spesa tra quelle di personale, ai sensi del comma 557, della finanziaria 2007. Infine, un'altra problematica: come potranno i Comuni gestire il fabbisogno di specifici profili professionali assenti presso le Province? Pensiamo, ad esempio, alle educatrici degli asili nido, alle insegnanti delle scuole materne o alle assistenti sociali. Come superare, in questo caso, il divieto di assunzione? Si aspettano chiarimenti.