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Tribunale Amministrativo Regionale EMILIA ROMAGNA - Parma, Sezione 1
Sentenza 13 luglio 2016, n. 233
Data udienza 29 settembre 2016

Integrale

Strumenti urbanistici - PRG - Comune - Apposizione di vincoli espropriativi - Procedimento di acquisizione sanante ex art. 42 bis, d.P.R. n. 327/2001 - Realizzazione dell'opera - Esclude la restituzione del bene

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Emilia Romagna

sezione staccata di Parma

Sezione Prima

ha pronunciato la presente

SENTENZA

sul ricorso numero di registro generale 209 del 2014, integrato da motivi aggiunti, proposto da:

Le.Pa. ed altri, rappresentati e difesi dagli Avvocati Fi.Da. e Ma.Da., con domicilio eletto presso l’Avv. Pa.Zu., in Pa., via (omissis);

contro

Comune di Pa., in persona del Sindaco pro tempore, rappresentato e difeso dagli Avvocati Sa.Al.Ro.e Sa.Ca. con domicilio eletto presso gli Uffici dell’Avvocatura Municipale, in Pa., strada della Repubblica n. 1;

per l'annullamento

del provvedimento di acquisizione sanante ex art. 42 bis T.U. espropri n. 912 adottato in data 27 maggio 2014;

Visti il ricorso, i motivi aggiunti e i relativi allegati;

Visto l'atto di costituzione in giudizio del Comune di Pa.;

Viste le memorie difensive;

Visti tutti gli atti della causa;

Relatore nell'udienza pubblica del giorno 29 giugno 2016 il dott. Marco Poppi e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;

Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.

FATTO e DIRITTO

Con delibera della Giunta Provinciale di Pa. n. 624 del 30 agosto 2001 veniva approvato il PRG di Pa. mediante il quale, per quanto di interesse nel presente giudizio, in vista della realizzazione della strada di collegamento tra la via (omissis) e la via (omissis), l’Amministrazione comunale apponeva vincoli espropriativi a carico di terreni di proprietà degli odierni ricorrenti.

Detta delibera veniva impugnata con ricorso straordinario al Presidente della Repubblica accolto con decisione del 29 luglio 2009.

Nelle more l’Amministrazione comunale procedeva all’esproprio dei terreni in questione con decreto n. 58328 del 5 maggio 2004 che i ricorrenti impugnavano con ricorso iscritto al n. 328/2004 R.R. che la Sezione accoglieva con sentenza n. 505/2010 del 24 novembre 2010 (che si intende integralmente richiamata) stante il già evidenziato intervenuto annullamento delle disposizioni del PRG sulle quali si fondava.

Con la medesima sentenza la Sezione accoglieva ai sensi dell’art. 34, comma 4, c.p.a. la domanda risarcitoria presentata dai ricorrenti ordinando al Comune di Pa. di formulare ai medesimi una proposta tenendo conto “della natura edificatoria dei suoli al momento dell’espropriazione ai sensi degli artt. 32 e 33 del D.P.R. 8 giugno 2001 n. 327 e dell’art. 20 della legge regionale Emilia-Romagna n. 37/2002” valutando, altresì, “il vincolo di in edificabilità assoluta gravante su di esse in quanto ricadenti in fasce di rispetto stradale e degli elettrodotti, contemperando tuttavia tale vincolo con l’indice edificatorio virtuale che il Comune ha successivamente attribuito alle aree dei ricorrenti”.

Preso atto dell’inezia del Comune i ricorrenti agivano per l’ottemperanza della citata sentenza n. 505/2011 con ricorso iscritto al n. 329/2011 R.R. che la Sezione accoglieva con sentenza n. 331/2011 del 4 ottobre 2011 (che si intende integralmente richiamata) disponendo contestualmente una verificazione ai fini della definizione del quantum dovuto dall’Amministrazione a titolo di risarcimento.

Acquisiti gli esiti della disposta verificazione (recependoli in toto) la Sezione, con sentenza n. 304/2013 del 6 novembre 2013 (che si intende integralmente richiamata), liquidava il risarcimento dovuto ai ricorrenti applicando i parametri dell’art. 42 bis del d.P.R. n. 327/2001 (valore venale, indennizzo per il pregiudizio non patrimoniale nella misura del 10% e interessi per il periodo di occupazione sine titulo nella misura del 5%) nella misura di € 1.040.554,90.

Tale ultima sentenza veniva impugnata dal Comune di Pa. in via principale con ricorso iscritto al n. 198/2014 R.G. e dai ricorrenti incidentalmente.

Con atto del 29 gennaio 2014, il Comune di Pa. comunicava ai ricorrenti l’avvio del procedimento di acquisizione sanante ex art. 42 bis del d.P.R. n. 327/2001 e, all’esito della relativa fase istruttoria, con provvedimento n. 912 del 27 maggio 2014, disponeva l’acquisizione dei terreni dei ricorrenti al patrimonio comunale liquidando a titolo di indennizzo la somma omnicomprensiva di € 80.818,66.

I ricorrenti impugnavano con il presente ricorso (notificato il 27 giugno 2014) il provvedimento da ultimo intervenuto deducendo, sostanzialmente, la nullità della determinazione poiché elusiva del giudicato nel frattempo formatosi relativamente alla sentenza n. 505/2010 (nelle more impugnata dal Comune con istanza di sospensione respinta dal Consiglio di Stato con ordinanza n. 3961 del 9 ottobre 2013, successivamente confermata con decisione n. 364 del 14 luglio 2014) che già aveva escluso la restituzione del bene irreversibilmente trasformato e condannato il Comune al risarcimento per equivalente, nonché, l’incompetenza del Dirigente comunale all’adozione del provvedimento.

Il Comune di Pa. si costituiva in giudizio con memoria formale del 24 novembre 2014 chiedendo la reiezione del ricorso e con memoria di replica del 21 gennaio 2015, rappresentava che con delibera consiliare n. 2 del 20 gennaio precedente, l’Amministrazione aveva provveduto alla ratifica del provvedimento dirigenziale impugnato sanando il dedotto vizio di incompetenza.

Con ricorso per motivi aggiunti notificato il 5 marzo 2015 i ricorrenti impugnavano la delibera da ultimo intervenuta deducendo una pluralità di profili di illegittimità.

La pendenza del giudizio di appello avverso la citata sentenza n. 304/2013 della Sezione con la quale, come anticipato, veniva liquidato il risarcimento spettante ai ricorrenti (unico profilo controverso, atteso il passaggio in giudicato della sentenza n. 505/2010 che cristallizzava la pronuncia sull’an), determinava una pluralità di rinvii dell’udienza di discussine del ricorso in ragione dell’evidente pregiudizialità degli esiti del pendente giudizio di appello: giudizio che si concludeva con decisione n. 322 del 28 gennaio 2016, con la quale veniva parzialmente accolto l’appello principale proposto dal Comune di Pa. (unicamente con riferimento all’importo risarcitorio dovuto) e respinto l’appello incidentale proposto dai ricorrenti.

I ricorrenti e il Comune di Pa. precisavano le loro conclusioni nel presente giudizio con memorie di replica depositate, rispettivamente, il 12 maggio 2016 e il 6 giugno 2016.

All’esito della pubblica udienza del 29 giugno 2016 la causa veniva trattenuta in decisione.

I ricorrenti, illegittimamente espropriati, ottenevano, come anticipato, il riconoscimento del diritto ad essere risarciti del danno patito (inizialmente con le forme dell’art. 34, comma 3, c.p.a.) con sentenza n. 505/2010 (successivamente confermata dal Consiglio di Stato e passata in giudicato relativamente all’an).

La mancata puntuale liquidazione in quel giudizio dell’importo dovuto determinava una successiva appendice processuale, sviluppatasi in più gradi di giudizio finalizzata alla determinazione del quantum dovuto dal Comune.

I ricorrenti, infatti, stante l’inerzia del Comune a seguito della citata sentenza n. 505/2010, si trovavano costretti ad agire in ottemperanza ottenendo una prima liquidazione del danno ad opera della Sezione con sentenza n. 304/2013, impugnata e riformata in appello con decisione n. 322/2016 che, facendo propri gli esiti di una ulteriore verificazione in quella sede disposta, stabiliva che “a)il valore venale dell’intero compendio immobiliare (sottodistinto per ciascuna delle tre particelle) è stato determinato in € 317.048//00; b)sulla scorta di tale valore di base, il compendio risarcibile, per il periodo di occupazione illegittima, computato sino al 2015, è stato determinato in € 174.350,//00 (8 anni di occupazione illegittima). Il complessivo importo, è stato determinato, quindi, in € 491.350//00”.

A seguito di detta conclusiva definizione della controversia (an con sentenza della Sezione e quantum con decisione del Consiglio di Stato) i ricorrenti deducono la temerarietà della condotta processuale dell’Amministrazione, a loro dire riconosciuta dal giudice di appello (“si è in presenza quindi di una censura inammissibile in quanto non supportata da alcun interesse pienamente integrante un uso abusivo del mezzo processuale”: dec. n. 322/2016, cit.) e manifestano il loro interesse alla decisione della causa anche relativamente alla spese di giudizio delle quali chiedono la refusione ex art. 26 c.p.a. e art. 96 c.p.c..

Il Comune di Pa. invece sottolinea come la decisione del Consiglio di Stato, definendo l’ultimo profilo controverso (il quantum), avrebbe determinato l’improcedibilità del ricorso e dei motivi aggiunti per carenza di interesse.

Relativamente alle spese processuali il Comune contesta la richiesta dei ricorrenti evidenziando che il Consiglio di Stato, nonostante il riportato riferimento ad un “uso abusivo dello strumento processuale”, era in ogni caso pervenuto alla compensazione delle medesime.

Ciò premesso il Collegio, concordando con quanto evidenziato dal giudice di appello, non può che rilevare come il Comune non abbia “gravato la decisione cognitoria n. 505/2010, nella parte in cui quest’ultima aveva escluso la restituzione agli originari proprietari del bene ormai irreversibilmente trasformato ed aveva immediatamente dettato i criteri ex art. 34 comma 4 del cpa per la determinazione dell’importo risarcitorio (così il Tar, che ha escluso la restituzione del fondo: “in punto di fatto è pacifico, tra le parti, che l’opera pubblica sia stata completamente realizzata con conseguente irreversibile trasformazione del suolo”.

Ne deriva che il provvedimento di acquisizione in questa sede censurato, in quanto diretto a produrre un effetto già realizzato non può che essere “affetto da radicale ed insanabile nullità, in quanto ha un oggetto (acquisizione del fondo) che si è già prodotto a cagione della statuizione prima richiamata contenuta nella decisione n. 505/2010 del Tar” (decisione n. 322/2016, cit.)

Quanto alle spese di giudizio il Collegio (in disparte ogni considerazione circa l’autonomia delle proprie valutazioni da posizioni espresse da altro giudice in separato giudizio avente, peraltro, diverso oggetto ancorché collegato) ritiene che debbano essere poste a carico dell’Amministrazione comunale nella misura liquidata in dispositivo e che la condotta dell’Amministrazione (che ha disposto l’acquisizione di un bene già acquisito e non più restituibile ai proprietari in quanto irreversibilmente trasformato - come statuito con sentenza n. 505/2010 - all’evidente fine di rideterminare in un importo irrisorio l’importo già liquidato in favore dei ricorrenti) rilevi anche ai fini dell’applicazione della sanzione di cui all’art. 26 c.p.a..

In ragione della gravità della descritta condotta che ha determinato ulteriori oneri finanziari a carico dell’Amministrazione si dispone la trasmissione della presente sentenza alla Procura Regionale della Corte dei Conti per le eventuali valutazioni di competenza a carico del Dirigente responsabile.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per l'Emilia Romagna, Sezione staccata di Parma, definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo accoglie.

Condanna l’Amministrazione al pagamento delle spese di giudizio che liquida in € 3.000,00 oltre IVA e CPA e refusione del contributo unificato, nonché, al pagamento della sanzione pecuniaria ex art. 26, comma 2, c.p.a. nella misura di due volte il contributo unificato.

Dispone la trasmissione della sentenza alla Procura Regionale della Corte dei Conti.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'Autorità amministrativa.

Così deciso in Pa. nella camera di consiglio del giorno 29 giugno 2016 con l'intervento dei magistrati:

Sergio Conti - Presidente

Anna Maria Verlengia - Consigliere

Marco Poppi - Consigliere, Estensore

Depositata in Segreteria il 13 luglio 2016

(Art. 89, co. 3, cod. proc. amm.)

Da: Pubblica Amministrazione 24