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Tribunale Milano, Sezione L civile
Sentenza 28 febbraio 2005, n. 742
Integrale

Impiego pubblico contrattualizzato - Comparto regioni - Autonomie locali - Dipendenti comunali - Festività nazionali non lavorate coincidenti con la domenica - Lavoratori retribuiti in misura fissa - Ulteriore retribuzione - Spettanza
REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE DI MILANO

SEZIONE CONTROVERSIE DI LAVORO

la Dott.ssa Giovannna Beccarini Crescenza, in funzione di giudice del lavoro,

ha pronunziato la seguente:

SENTENZA

nella causa iscritta al nr. 2556 R. G. 2004 di questo Ufficio promossa da:

Sc.Ma., Sa.Fr., Ma.Gi., Ch.Vi., Tr.Do., Ma.Gi., Fi.Em., Te.An., Fi.Re., Ca.Mi., con i proc. dom. Avv C. Fr. e G.So. e Dr.ssa A. Be., largo Ri., n. (...), Mi.;

RICORRENTI

contro

Comune di Mi., in persona del Sindaco pro tempore, con i proc. dom. Avv. M. R. Su., E. Sa. e M. Au., via Gu. n. (...), Mi.;

CONVENUTA

Oggetto: festività nazionali cadenti di domenica.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con ricorso al Tribunale di Milano, quale giudice del lavoro, depositato il 31/03/2004 Sc.Ma. e gli altri litisconsorti indicati nell'intestazione hanno convenuto in giudizio il Comune di Mi. per sentirlo condannare alla corresponsione di un'ulteriore retribuzione corrispondente all'aliquota giornaliera, oltre alla normale retribuzione globale di fatto, per le giornate di festività cadute in domenica, in particolare con riferimento ai giorni 6 gennaio, 2 giugno e 8 dicembre 2002, giorni festivi tutti coincidenti con la domenica. A sostegno delle indicate domande i ricorrenti, premesso di essere stati dipendenti del convenuto, addetti al servizio Idrico Integrato, hanno invocato il disposto degli artt. 5, comma III, legge n. 260/49 e 2 lett. e) legge n. 90/54 nonché, per l'ipotesi di ritenuta loro inapplicabilità, la prassi aziendale consolidatasi nel tempo in forza della quale fin dall'assunzione era stata erogata una somma corrispondente all'aliquota giornaliera della retribuzione in caso di festività cadenti di domenica.

Il Comune, ritualmente costituitosi, ha contestato la fondatezza delle avverse domande, eccependo l'inapplicabilità della normativa invocata ai dipendenti delle Pubbliche Amministrazioni in considerazione del disposto dell'art. 2 D.Lgs. n. 165/2001 in mancanza di previsione della spettanza di siffatto trattamento nei contratti collettivi ed osservando che era stato pure sostenuto che la normativa invocata non poteva riguardare i salariati in misura fissa, per i quali non assumeva rilievo l'aleatoria coincidenza della festività con la domenica. L'ente -premesso, inoltre, che alcune festività, fra le quali il 2 giugno ed il 4 novembre, erano state soppresse dalla legge n. 93777, riconoscendosi in sostituzione quattro giorni di riposo compensativo e due giornate aggiunte al congedo ordinario e precisato che tale previsione era stata riprodotta nella contrattazione collettiva di settore, in base alla quale la durata delle ferie è di 32 giorni lavorativi, comprensivi delle due giornate previste dall'art. 1. comma 1, lettera a), della legge 23.12. 1977, n. 937- ha fatto presente che, a seguito del ripristino della festività del 2 giugno, non era stato ridotto il numero di giorni di ferie contrattualmente fissato, sicché anche sotto tale profilo era del tutto legittimo il comportamento dell'amministrazione. Il convenuto, rilevato infine che l' art. 5 legge 260/49 non poteva trovare applicazione in relazione alle festività religiose e contestata l'applicabilità del cumulo di interessi e rivalutazione, ha chiesto il rigetto delle avverse domande.

Esperito senza esito il tentativo di conciliazione, interrogato il procuratore speciale dell'ente, all'udienza del 26. 1. 2005 le parti hanno discusso la causa, poi rinviata per repliche sulla questione attinente alla prassi e su quanto emerso dalle ulteriori dichiarazioni del procuratore speciale dell'ente, all'udienza del 16. 2. 2005. In tale ultima sede, all'esito della discussione, la causa è stata decisa come da dispositivo, pubblicamente letto.

MOTIVI DELLA DECISIONE

L'art. 5, 3° comma, l. 260 del 1949 prevede che ai salariati in misura fissa che prestino la loro opera nelle festività indicate nel primo comma (c.d. festività nazionali, poi ridotte di numero dalla l. 54 del 1977) è dovuta, oltre la normale retribuzione globale di fatto giornaliera, compreso ogni elemento accessorio, la retribuzione per le ore di lavoro effettivamente prestate, con la maggiorazione per il lavoro festivo. Qualora la festività ricorra nel giorno di domenica spetterà ai lavoratori stessi, oltre la normale retribuzione di fatto giornaliera, compreso ogni elemento accessorio, anche una ulteriore retribuzione corrispondente alll'aliquota giornaliera.

L'art. 5, 3° comma riguarda dunque il caso di ricorrenza della festività nella domenica senza richiedere, come l'inciso immediatamente precedente, lo svolgimento della prestazione lavorativa. Tale interpretazione trova riscontro nel fatto che in caso di attività lavorativa prestata nel giorno festivo si commisura il compenso alle ore effettivamente prestate, mentre per il compenso previsto nell'ipotesi in cui la festività cada di domenica si richiama l'ulteriore retribuzione corrispondente all'aliquota giornaliera, costituendo la giornata lavorativa il parametro per determinare l'importo spettante, sul quale, coerentemente, non viene riconosciuta alcuna maggiorazione per il lavoro festivo. Ciò costituisce riconferma del fatto che l'ipotesi disciplinata dalla norma in esame non concerne l'esecuzione di prestazioni lavorative, ma la concomitanza tra la festività e la domenica (cfr. Cass. 25. 1. 2001, n. 1018, cfr. pure Cass. 8. 4. 2002, n. 4998).

Come ha rilevato la Suprema Corte il compenso aggiuntivo fisso trova la sua giustificazione perché, se la festività non coincidesse con la domenica, il dipendente avrebbe avuto un giorno di riposo in più e le maggiorazioni in esame non hanno natura indennitaria, ma costituiscono una particolare forma di retribuzione per giornate festive non godute che trovano la loro fonte nel contratto di lavoro (cfr. Cass. 1018/2001 citata).

La spettanza del trattamento in esame non può essere esclusa per effetto del disposto dell'art. 2 D.Lgs. n. 165/2001, in base al quale l'attribuzione di trattamenti economici può avvenire e-sclusivamente mediante contratti collettivi, o, alle condizioni previste, mediante contratti individuali. Le disposizioni di legge che attribuiscono incrementi retributivi non previsti da contratti cessano di avere efficacia a far data dall'entrata in vigore del relativo rinnovo. A tale proposito il convenuto ha osservato che si. tratta di un incremento o, comunque, di un trattamento non previsto nei contratti che, di conseguenza, non è applicabile ai dipendenti degli enti locali. La disposizione appena richiamata, peraltro, ha la finalità di rendere omogenei i trattamenti per i dipendenti pubblici, sicché la disciplina in essa prevista non può che riguardare esclusivamente quelle norme che prevedano trattamenti diversi per i lavoratori del settore pubblico, l'art. 5 citato, al contrario, riguarda tutti i dipendenti, sia privati che pubblici.

Il convenuto rileva ancora che la festività del 2 giugno è stata ripristinata con la legge n. 336/2000 e che, nonostante ciò, i giorni di riposo compensativo riconosciuti in via sostitutiva sono stati mantenuti, non essendo stata modificata la disciplina collettiva con riferimento al numero di giorni di ferie. In proposito il procuratore speciale dell'ente ha precisato che i contratti collettivi stipulati successivamente alla legge n. 336 citata nulla hanno disposto in materia, restando così invariata la disciplina contenuta nel contratto del 1995. Rileva in contrario il giudicante che da tali presupposti può solo dedursi un'assoluta indifferenza della regolamentazione collettiva in materia rispetto al numero di festività civili e all'avvenuto ripristino di una di esse. Conseguentemente, da un canto, nell'ipotesi in cui il 2 giugno cada in giorno feriale i dipendenti degli enti locali mantengono il diritto all'ulteriore giorno di riposo, derivante appunto dal ripristino della festa nazionale, dall'altro, qualora ciò non avvenga per effetto della coincidenza con la domenica, va riconosciuto il diritto alla particolare forma di retribuzione per la giornata festiva non goduta, prevista dall'art. 5, III comma, l. 260/49.

Venendo ora alle festività religiose, va detto in primo luogo che la disciplina contenuta nella disposizione appena indicata concerne esclusivamente le festività nazionali, mentre l'estensione alle altre festività considerate tali dai contratti collettivi, compresa la celebrazione del Santo Patrono, e alle festività di cui all'art. 2 l. 260 cit., effettuata dagli artt. 3 e 2 l. 90 del 1954, opera limitatamente ai lavoratori dipendenti da privati datori di lavoro, i quali siano retribuiti
non in misura fissa, ma in relazione alle ore di lavoro compiute e dunque la suddetta estensione non può essere invocata dai ricorrenti (cfr. Cass. 19. 8. 2003, n.12142).

La spettanza del trattamento reclamato non può poi fondarsi sulla prassi, ovvero sull'esistenza di una delibera dell'ente, quest'ultima neppure allegata nel ricorso introduttivo, in forza delle quali dalla data di assunzione e fino al 2000 sono stati» sempre riconosciuti i trattamenti in questione anche con riferimento alle festività religiose. Né l'uso, né l'indicata delibera possono costituire fondamento dell'invocato diritto dei ricorrenti al pagamento del compenso in contestazione. Infatti il riconoscimento da parte dell'ente si poneva prima in contrasto con il disposto dell'art. 6 del D. Lgs. 43/78, che ha determinato il venir meno del potere degli enti locali di determinazione dei trattamenti economici e normativi spettanti ai propri dipendenti, affidando il relativo compito agli accordi sindacali di comparto e dunque del D.P.R. n. 347/83 adottato sulla base dell'art. 8 della legge n. 93/83, che poneva lo specifico ulteriore divieto alle pubbliche amministrazioni ed agli enti pubblici di concedere trattamenti integrativi non previsti dall'accordo stesso e comunque comportanti oneri aggiuntivi (cfr. Consiglio di Stato, 18. 3. 2002, n. 1550). Il mantenimento dell'erogazione successivamente alla privatizzazione del rapporto neppure può assumere rilievo ai fini voluti dagli attori, posto che l'art. 2, III comma, D.P.R. 165/2001 stabilisce che l'attribuzione di trattamenti economici può avvenire esclusivamente mediante contratti collettivi, o, alle condizioni previste, mediante contratti individuali.

Per tutte le considerazioni suesposte, le domande proposte dai ricorrenti possono trovare accoglimento solo in relazione alla festività del 2 giugno e il convenuto va condannato al pagamento degli importi indicati in ricorso, non oggetto di contestazione, e partitamente indicati in dispositivo con riferimento a ciascun attore, dandosi atto che per mero errore materiale nel dispositivo si è indicato Sa.Gi., piuttosto che, come è corretto, Sa.Fr.. Sugli importi stessi vanno riconosciuti gli interessi dalla scadenza al saldo, non cumulabili con la rivalutazione monetaria, trattandosi di crediti di lavoro di pubblici dipendenti.

Valutati l'esito complessivo della lite e la reciproca soccombenza delle parti, considerate le questioni esaminate e ed i motivi della decisione, pare equo condannare il convenuto a rifondere ai ricorrenti la metà delle spese di lite, liquidate come da dispositivo, tenuto conto in relazione agli onorari del disposto degli art. 5 e 12 T. F., compensando tra le parti il residuo.

P.Q.M.

Il Giudice

a) in parziale accoglimento delle domande proposte dai ricorrenti, accerta il diritto degli stessi al pagamento di una ulteriore retribuzione corrispondente all'aliquota giornaliera in relazione alla giornata del 2.6.2002 e, per l'effetto, condanna il Comune di Mi. a pagare a Sc.Ma. la somma di Euro 47,44, a Sa.Gi. e Ma.Gi. la somma di Euro 41,77 ciascuno, a Ma.Gi., Ch.Vi. e Fi.Re. la somma di Euro 42,11 ciascuno, a Tr.Do. la somma diEuro 42,79, a Fi.Em. la somma di Euro 45,47, a Te.An. la somma diEuro 39,75 e a Ca.Mi. la somma Euro di 42,75, con gli interessi legali dalla scadenza al saldo;

b) rigetta le altre domande;

c) condanna il convenuto a rifondere ai ricorrenti la metà delle spese di lite, liquidata detta metà in Euro 920,00 complessivi, di cui Euro 40,00 per spese, Euro180,00 per diritti ed Euro 700,00 per onorari, oltre IVA e CPA compensando tra le parti il residuo.

Da: Pubblica Amministrazione 24